Money Monster è in selezione ufficiale, fuori concorso, a Cannes 69 (guarda le immagini più belle del photocall sulla Croisette)

La produzione di un grande Studio, più due divi – anzi, tre, contando Jodie Foster che dirige – e il tema della crisi economica, quindi il linguaggio del cinema industriale applicato a una questione di civiltà e politica, quel genere di show progressista che George Clooney veste così bene, così spesso e così volentieri. Money Monster sembra un film dei tardi anni ’90 (quando la questione del filtro mediatico perenne sulle nostre vite era ancora una mezza novità) resuscitato ora per parlare del mercato finanziario e delle sue discariche morali. Lo fa a breve distanza da altri titoli sullo stesso tema, ma con un senso del mainstream molto più tradizionale, non ha ad esempio le sperimentazioni linguistiche di La grande scommessa, né la trasfigurazione “soap” di Billions o lo scavo psicologico estremo di Margin Call.

È un thriller con sfumature da commedia che prova a ragionare sulle conseguenze morali del trading operato dai grandi fondi di investimento, quelli che manovrano miliardi di dollari ogni giorno per via informatica, con una lista di priorità quasi mai coerente con quella di chi scommette i propri risparmi, le proprie cose, e deve gestire le conseguenze pratiche di successi e crolli del mercato.

Il titolo del film fa riferimento a una immaginaria trasmissione televisiva condotta dal vulcanico anchorman Lee Gates (Clooney), con l’aiuto in cuffia della producer Patty (Julia Roberts) – uno show popolare e un po’ trash in cui si danno dritte su come leggere la Borsa e investire il proprio denaro. Un giorno in studio piomba Kyle (Jack O’Connell), un ragazzo armato e con un gilet esplosivo, che prende in ostaggio conduttore e telecamere, pretendendo la diretta. Qui il film diventa una storia di sequestro abbastanza convenzionale, Kyle però vuole spiegazioni e non denaro, ha perso i 60.000 dollari che aveva puntato sulla Ibis Capital dopo un suggerimento di Lee in TV. Com’è potuto succedere che quel fondo bruciasse 800 milioni in un giorno? Lee e Patty cercano risposte per lui, con la pistola sempre puntata alla testa, mentre l’America segue il reality show col fiato sospeso e lo sguardo strabico di chi non distingue la vita dalla fiction.

Non c’è molto altro da dire, la regia di Jodie Foster è convenzionale, non c’è niente che sia due centimetri davanti alle aspettative, ma appena il film inizia è subito chiaro cosa stiamo vedendo, che per una materia del genere rischia di essere più efficace di quanto fatto da La grande scommessa.
Un’opera prodotta da uno star system che sta scomparendo, spazzato via da cinecomic e cinegames, per un grande pubblico che forse non esiste più, trapiantato in salotto con Netflix davanti. Ma che al limitare di quei mondi si accoglie ancora con piacere.

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