Pericle il Nero è in concorso nella sezione Un Certain Regard a Cannes 69

Pericle (Riccardo Scamarcio) è l’appendice di una famiglia mafiosa emigrata in Belgio: orfano, emarginato, tossicodipendente, di lavoro sodomizza i piccoli rivali in affari che il suo boss vuole umiliare e levar di torno. Si guadagna da vivere così, e recitando nei film porno, baciato com’è da questa particolare qualità: il “pesce”, come lo chiama lui, gli si alza e abbassa a comando. Poi combina un casino, durante un azione punitiva colpisce e forse ammazza una donna protetta da un boss rivale con cui c’è una tregua in corso, allora deve scappare in Francia, a Calais, dove conosce la commessa di una boulangerie e la sua vita prende un altro giro. Ma restano tanti conti in sospeso da sistemare.

Il film di Stefano Mordini, unico italiano in competizione a Cannes anche se nel giro meno nobile di Un Certain Regard, è un altro caso di noir d’autore, come Anime Nere o Perez., film in cui l’atteggiamento realista e l’idea sociale sono predominanti, cioè mal bilanciati, sull’intreccio di genere. Soprattutto è gravato da inspiegabili scelte di script, con il protagonista che a metà della storia improvvisamente cambia faccia: esce dalla nebbia dei suoi pensieri e diventa una specie di latin lover, romantico e vendicatore. Quel che è peggio, la storia si prende in carico uno dei personaggi femminili più contraddittori visti al cinema negli ultimi tempi, una madre di due bambini che senza ragione alcuna si porta a casa un vagabondo appena conosciuto e potenzialmente pericoloso.

Ancora non bastasse, la risoluzione della trama gialla è affidata al disvelamento di un personaggio attraverso un lunghissimo monologo, piazzato nel terzo atto come un macigno. E poi il finale, (spoiler) con il protagonista che dopo aver seminato cadaveri sulla spiaggia di Calais, e pestato due poliziotti, torna lì con l’autista, sereno e sorridente (spoiler). Ma, in generale, è quasi tutto sbagliato: basti pensare alla riga nera che campeggia sulla schiena di Scaramarcio già nel poster, elemento grafico, di genere puro, in un film che ha tutto un altro tono.
Una gran confusione di forme e contenuti, che pretende la comprensione dello spettatore.

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