Captain Fantastic è in concorso nella sezione Un Certain Regard a Cannes 69

Fra Into the Wild e Easy Rider, un film folle, che di più non si può, un film che forse sarebbe stato normale negli anni ’70, e che ora sembra in bilico pericoloso tra l’utopia e la nostalgia. È Captain Fantastic, presentato a Un Certain Regard a Cannes, interpretato da Viggo Mortensen, da Frank Langella e da una schiera di attori giovani, che interpretano i figli di Mortensen. Tutti selvaggi, anzi, colti e selvaggi: perché Mortensen e la moglie avevano deciso di allevarli nella libertà e nella consapevolezza, all’aria aperta. Ed eccoli cacciare, allenarsi, scalare rocce. E la bimba piccola che chiede “papà, che cos’è un sexual intercourse?”. Potrebbe essere persino una vita felice. Senza Coca cola, senza Walmart, vivendo nella natura, coltivando la lettura. Chi legge Delitto e castigo e chi Lolita, e lo deve commentare con parole precise, dicendo qualcosa, senza salvarsi con il “bello” o il “brutto” cosi’ facili.

Insomma. Vivere, oggi, nell’America capitalistica, ritornando a uno stato di grazia nel quale il capitalismo non esista. Ovvio che tutto si metterà contro Viggo e la sua tribù: prima di tutto i parenti, e poi anche i figli, che hanno nomi inventati, unici al mondo: il maggiore si chiama Bovedan.

Sembra di essere nell’universo surreale di Wes Anderson, ma qui la favola è radicata nell’America gretta e conservatrice, la libertà si paga, la povertà è un crimine, la cultura non ti salva. I figli di Mortensen sanno citare a memoria perfettamente la Costituzione americana, i cugini vanno a scuola e non sanno nulla. Ma è molto difficile per Viggo e la sua tribù sfuggire alla normalizzazione.

Ci sono momenti che ti sorprendono, anche se hai capito il tono, anche se hai già riso ad altre battute: quando Viggo e famiglia celebrano il Noam Chomsky Day, il compleanno di Noam Chomsky, spirito libero, razionalista, socialista, al posto del Natale, scatta l’applauso in sala.

Forse tutti vorremmo riuscire a essere un po’ così. Non farci fregare dal cibo industriale, da questa enorme gita all’ipermercato che è diventata la nostra vita. Tutti vorremmo avere il coraggio di Viggo Mortensen, tutti vorremmo avere un Captain Fantastic che ci spinge a cavarcela da soli, a leggere libri, a diventare migliori, a non perdere tempo con la tv, con la playstation, con Facebook, con i quotidiani generatori di quiete e di noia, con le nostre tecnologiche ruotine da criceti.

E allora Captain Fantastic è un po’ anche il nostro film. E in più fa anche ridere. Poi, quando si va in quello che gli americani chiamano il terzo atto, il finale, si eccede, persino per il gusto utopico di un vecchio illuso. Tutto diventa un po’ posticcio, la credibilità scende sotto i livelli di guardia. Ma fino a quel momento abbiamo un film da amare.

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