In chiusura del Festival di Cannes 2021 la seconda Palma d’oro d’onore di quest’edizione, dopo quella già tributata a Jodie Foster, verrà assegnata al regista italiano Marco Bellocchio. Per l’occasione sarà presentato anche, in anteprima mondiale e nella sezione Special Screening, il nuovo film del maestro piacentino, Marx può aspettare, uscito contemporaneamente nelle sale italiane dal 15 luglio, distribuito da 01 Distribution.

Attraverso questo documentario dal titolo enigmatico il cineasta cerca di capire, umilmente e retrospettivamente, il suicidio del fratello gemello Camillo. Una tragedia familiare dalla quale non si è mai veramente ripreso, fonte sia di colpa che d’ispirazione. Mescolando estratti dei suoi film e conversazioni con persone a lui vicine, Bellocchio si ritrova a indagare così sulla figura fraterna, che non ha mai smesso di ossessionare la sua filmografia.

Foto: Kavac Film, Ibc Movie, Tender Stories, Rai Cinema

Il regista ha avuto modo di parlare approfonditamente del progetto proprio a Cannes, dialogando con la stampa tricolore nella cornice dell’Italian Pavillion, allestito negli spazi dell’Hotel Majestic. «Vedevo questo film come l’ultima occasione per fare i conti con qualcosa che era stato censurato e nascostoesordisce Bellocchio, che parla di questo lavoro intimo e terapeutico con ovvia prossimità al progetto, ma anche con l’ironia e il distacco critico che caratterizzano l’approccio del documentario – Non mi interessava fare qualcosa di nostalgico, tenero e generico su ciò che restava della famiglia, ma far luce su un protagonista assente, il mio gemello Camillo, rimasto imprigionato nella bellezza dei suoi 28 anni. C’è qualcosa in lui anche degli eroi romantici di Goethe, naturalmente, e pure se non ci ho pensato direttamente è certamente un romanzo di formazione». 

«Nella mia carriera ci sono stati una serie di avvicinamenti a questa storia, in particolare il film Gli occhi, la bocca – spiega poi, mettendo ordine nel proprio passato e nei suoi film tra auto-critica e schiettezza — Ma di quel film non non sono mai stato molto contento, sia perché mia madre era ancora viva sia perché coincise con l’inizio della mia esperienza con lo psicanalista Fagioli. Queste presenze mi condizionavano, impedendomi di dire tutta la verità, qui invece mi sono sentito libero di pronunciarla integralmente. È un film leggero, anche spiritoso, dopotutto dalla rabbia iconoclasta dei miei film sono passati molti anni. C’è pure mia sorella Letizia, che in tutti i film fatti a Bobbio non aveva mai parlato. L’ha fatto qui, però, dimostrando un’intelligenza e uno spirito molto bellocchiano, pur non mettendo in discussione la propria fede. Facendo questo film mi sono sentito certamente liberato, ma non assolto. E poi ci sono le musiche di Ezio Bosso, che gli abbiamo chiesto mentre era ancora in vita, e che secondo me aggiungono una traccia emotiva molto pertinente al film».

Foto: Kavac Film, Ibc Movie, Tender Stories, Rai Cinema

«Si è rivelata un’ottima scelta, in montaggio, rinunciare a qualunque artificio – precisa ancora Bellocchio, allargando il focus alla propria famiglia e ai suoi delicati e faticosi equilibri – All’inizio c’era l’idea di chiamarlo addirittura L’urlo e di inserire il dipinto di Munch, ma la mia sensazione è che avrebbe appesantito troppo. In vita non avevamo intuito la tragedia e il mostro che stavano sotto alla vicenda apparentemente normale di mio fratello, e questo sentimento familiare è uno dei centri del film. Eravamo, come famiglia, talmente disastrati da coltivare una ritualità, una precisione e una puntualità abbastanza mediocri». 

«Durante i pranzi di Natale non c’era la tv e andare a messa era un appuntamento scontato – approfondisce il regista, fornendo delle descrizioni ancora più specifiche e private – Io ho fatto la scuola pubblica e solo frequentandola venni a sapere di cos’era il partito comunista. Mia madre doveva badare materialmente a otto figli, mio padre invece lavorava e facendo l’avvocato ci permetteva di vivere confortevolmente. Era un tempo in cui si andava all’oratorio ogni giorno, anche per giocare al pallone, tutte cose che ora non esistono più. Oggi tanti anziani come me sanno usare bene il computer e non c’è nulla di male, ma la cosa importante secondo me sarebbe riconoscere i propri limiti e, nei propri limiti, fare il massimo, tenendo presente che l’America è già stata scoperta. Io sto facendo una serie (Esterno notte, suo nuovo lavoro sul delitto Moro dopo Buongiorno, notte, ndr), non l’avessi mai fatto, è una fatica incredibile. Anche se sei sempre dentro la sottile angoscia della fine, l’importante per quanto mi riguarda è però stare sempre dentro le cose».

Foto: Kavac Film, Ibc Movie, Tender Stories, Rai Cinema

Sono davvero tanti, come mostra il documentario, i film di Bellocchio nei quali riecheggia l’eco di Marx può aspettare. «Penso a Salto nel vuoto e a Michel Piccoli, a Il gabbiano, anche al regista sfigato de Il regista di matrimoni, allo stesso Gli occhi, la bocca, dove c’era Lou Castel che non credeva molto al film, e lo fece perché certe volte gli attori devono solo guadagnare. All’epoca era ancora un fervente marxista-leninista e unionista, non apprezzava affatto la dimensione da dramma borghese, ma nel momento in cui il fratello riappare alla mamma come fosse resuscitato si commosse e noi quella commozione la utilizzammo e la montammo nel film. Se gli attori parlano sempre, però, a volte le persone non dicono nulla, tacciono. Per questo la psichiatria dovrebbe essere in grado di vedere oltre (…) Mio fratello era marxista, ma prima avrebbe dovuto risolvere i suoi demoni attraverso la psicanalisi, voleva guardare dentro di sé e nessuno l’ha aiutato. Anni dopo sarebbe arrivato il passaggio al terrorismo, con tragedie su tragedie, ma non dimentichiamo che in quegli anni c’era la sensazione che la politica potesse davvero cambiare la società. Tanti ci credevano, anche se poi è andata diversamente. Io stesso aderii a un movimento rivoluzionario in cui Dio era sostituito da Mao Tse-tung e non si poteva discutere nulla di ciò che aveva detto Mao, c’era una dimensione religiosa, da chiamata alle armi. Dovevo guardare anch’io dentro me stesso e fu un percorso lunghissimo, ma nel frattempo Camillo era già morto». 

«Ad ogni modo, dire che nel film c’è polemica contro la mia famiglia è esagerato – conclude, tirando le somme di un monologo che è a conti fatti anche una lezione di cinema e di sguardo, su un’epoca, sulla sua famiglia, ovviamente su stesso e sui fantasmi tragici e ineluttabili del proprio passato – C’è un pacato sorriso polemico, semmai, che è una contraddizione dialettica molto importante. Thierry Frémaux (delegato generale del Festival di Cannes, ndr) ha visto il film e mi ha scritto una lettera dove dice di aver particolarmente apprezzato il montaggio. Con un pizzico di enfasi molto francese mi ha detto che ho riabilitato mio fratello, che in vita avrebbe voluto fare del cinema, consacrandolo nella storia del cinema. Per la premiazione non sono in ansia, semmai quella ce l’ho per la proiezione davanti a un pubblico così internazionale e a una platea tanto vasta. Portare a Cannes un film così piccolo è bello, oltre a uscire in un numero di sale congruo in un periodo generalmente depressivo. Non mi ripaga di nulla, ma parteciperò all’evento sentendomi sicuramente più giovane. Qui a Cannes un critico come Gian Luigi Rondi, che all’epoca ritenevamo di destra se non fascista, lottò in giuria affinché un grandissimo Michel Piccoli e l’altrettanto brava Anouk Aimée vincessero la doppia Palma come migliori attori per Salto nel vuoto. Aveva attaccato I pugni in tasca, ma combatté lo stesso per quella causa. Fu molto leale». 

Foto: Kavac Film, Ibc Movie, Tender Stories, Rai Cinema

Foto di copertina: Anna Camerlingo 

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