Nicole Kidman a Cannes 70

Dopo aver incantato il Festival del 2015 con il suo The Lobster, vincitore del gran premio della giuria, il greco Yorgos Lanthimos è tornato a Cannes, di nuovo in concorso per presentare la sua ultima opera: The Killing of a Sacred Deer.

Opera horror grottesca e surraele, in cui figura di nuovo Colin Farrell (che però non si è visto sulla Croisette), racconta la storia di un chirurgo (Farrell) e sua moglie (Nicole Kidman) che dovranno fare i conti con una strana malattia che colpisce entrambi i figli, che improvvisamente diventano incapaci di mangiare e camminare. Ben presto si capisce che dietro lo strano morbo c’è un particolare mandante, deciso a vendicarsi.

Accolto dalla stampa internazionale con scroscianti applausi il film sembra, in realtà, dividere la critica tra amanti e detrattori. Ma se il film non ha convinto qualcuno a mettere d’accordo tutti ci ha pensato Nicole Kidman, grande protagonista di questo Festival, con ben tre film e una serie televisiva presentati.

Alla conferenza stampa, vestita con un bellissimo abito alla caviglia firmato Dior Couture, la Kidman ha dispensato sorrisi e risposte. Assieme a lei, sul palco, il regista e i tre giovani attori, Raffey Cassidy, Sunny Suljic e Barry Keoghan. Di seguito le domande rivolte al cast e al regista.

Una domanda al regista: come ha lavorato con dei ragazzi così giovani e una storia così brutale?

Il materiale è brutale se lo sommi, non se preso nelle sue singole parti. Non abbiamo mai lavorato troppo seriamente, l’abbiamo vissuta come una commedia, prendendola alla leggera e divertendoci, decisi a creare poi insieme qualcosa di diverso.

Nicole, sei qui con quattro film, cosa puoi dirci di questo periodo particolare e felice della tua carriera?

Sono felicissima di essere qui con così tanti progetti, ma è semplicemente stata una coincidenza, non è una cosa che avevo programmato. A questo punto della mia vita cerco di fare solo cose in cui credo, con le persone di cui mi fido.

Nicole, come hai aderito al progetto?

Ho letto lo script e l’ho trovato ipnotico. Ho cercato di abbandonare ogni analisi, di non pensare troppo, fare e basta, come mi suggeriva il regista sul set. Yorgos ha un tocco molto particolare, spesso ci diceva di non fare niente ed è una cosa difficile per un attore, lavorare costantemente per sottrazione. Quando ho visto il film, l’ho trovato ammaliante, capace di incantare.

Nicole, quest’opera parla di famiglia. Tu vedi i tuoi film con i tuoi cari?

I miei figli non vedranno questo film, di solito non lo fanno mai; sono molto lontani dalla mia vita lavorativa, mi piace tenere le cose separate. In realtà, non credo che i miei bambini abbiano un’idea chiara di cosa facciamo io e il padre per vivere, e mi piace pensare a quello che faccio come a un lavoro. Hanno visto Puddington e mio figlio è rimasto molto colpito dal fatto che interpretassi il ruolo della cattiva. Quindi per ora evito di trascinarli nel mio mondo lavorativo.

Nicole, uno dei primi film che hai visto da bambina con la tua famiglia?

Con i miei in realtà non andavamo molto al cinema, erano più tipi da teatro. Mi sono avvicinata ai film con l’adolescenza, ricordo benissimo che una volta saltai la scuola e andai a vedere Arancia Meccanica. Eravamo solo in tre in una stanza enorme, ne rimasi affascinata e da allora adoro stare in una stanza buia e vedere un film. Per me è una passione, ce l’ho ancora a questa età, cercare di raccontare storie, abbandonandomi a esse.

Per il regista: ma la paralisi che colpisce i bambini, ha un’origine scientifica o soprannaturale?

Credo che in realtà questo sia proprio il punto del film, non lo sapremo mai, nemmeno io lo sapevo; è così che ci siamo approcciati al film, senza saperlo.

Parlando del concetto di sacrificio, perché hai deciso di intitolarlo così?

Non credo di avere un concetto di sacrificio, volevo parlare di giustizia, scelte, natura umana e del sacrificio che l’accompagna. Il sacrificio è in molte storie e religioni, fa parte dell’umanità. Il titolo è arrivato all’inizio dello script, avevamo scoperto che c’erano dei legami con il mito di Ifigenia, e pensavamo fosse interessante inserire un dialogo che lo ricordasse, che è anche molto radicato nella nostra cultura.

Com’è stato per i più piccoli?

Il giovanissimo Sunny Suljic: Ricordo che al provino mi chiesero di iniziare a muovermi come se non avessi più l’uso delle gambe. Mi sono messo a strisciare e mi sono aggrappato a un divano, non avevo ben chiaro cosa stavo facendo.

Raffey Cassidy: ho letto lo script solo dopo aver fatto un provino anche io parecchio strano, e ho iniziato davvero a desiderare di essere presa per la parte.

Barry Keoghan, hai un ruolo particolare, pieno di sfumature. È stata dura?

No, dura non direi, in realtà quando ho letto lo script ho pensato che fosse molto divertente. Poi sul set ho fatto quello che dovevo fare: è stato semplice…

Per il regista: come hai lavorato con Barry?

Quando i ragazzi parlano di “cose strane” è perché non sono uno che sta lì a spiegare. Lo stesso ho fatto con Barry, anche perché io come loro non ho le risposte, non so bene cosa stia accadendo, e come loro lo scopro mentre le cose si stanno compiendo. So che c’è una storia e una script ma poi ci sono gli attori con le loro storie e le loro personalità e io cerco di essere fisico con loro: giocare, fare cose stupide, fino a condurli a un livello inconscio a quello che devono fare.

Interviene Nicole Kidman:

Yorgos dirige più con i rumori e gli occhi che con le parole, fa dei strani versi e solleva le sopracciglia in molti modi. Per me è stata una ventata d’aria fresca, mi dono detta: “Oh! Finalmente qualcosa di diverso”.

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