A presentare il film corale Un conte de Noël di Arnauld Desplechin (quarta volta a Cannes dopo La sentinelle, Comment je me suis disputé… Ma vie sexuelle ed Esther Kahn), sono state la diva francese per eccellenza, Madame Catherine Deneuve (nella foto accanto a Mathieu Amalric), e la figlia Chiara Mastroianni, oltre a Emmanuelle Devos e Jean-Paul Roussillon. Che rispondono in coro, come fossero una vera famiglia che «il film è stata una vera avventura (e non solo perché dura due ore e mezza e solo per il montaggio è stato necessario un anno di lavoro, ndr), e che anche se ha significato un grande impegno da parte di tutti, anche da un punto di vista fisico, alla fine il set era diventato persino piacevole». La storia segue le vicende di una numerosa quanto problematica famiglia borghese, tormentata dalla presenza di una rara malattia che ha già ucciso prematuramente il primogenito di Junon e Abel. Ormai anziani, i coniugi scoprono che lei è afflitta dallo stesso morbo che ha ucciso Jospeh e, in aiuto (serve un trapianto di midollo spinale) accorrono gli altri tre figli con coniugi e prole al seguito: Elizabeth, Henri e Ivan. Ma i rapporti tra tutti sono tesi e lacerati da incomprensioni che hanno minato la felicità della famiglia. Gli unici che tentano in tutti i modi di tenere unito il gruppo sono Junon e il cugino Simon. Protagonisti del film sono, oltre agli attori, gli estenuanti dialoghi che fanno da colonna sonora a un film profondamente statico. «Il continuo confronto verbale, insieme a un notevole impegno fisico è stato sicuramente uno degli aspetti più duri del film», ha confessato la Deneuve, «ma più difficile di tutto è stato ammettere di non amare il proprio figlio. Le donne sembrano programmate per amare i propri figli, ma purtroppo non è sempre così». E continua: «Non è stato un problema lavorare con mia figlia Chiara, siamo molto legate sia da un punto di vista umano che professionale. Nel film è stato meglio che recitasse nel ruolo di mia nuora invece che in quello di mia figlia, al contrario non saremmo risultate credibili!». Parla del suo lavoro sui rapporti umani invece il regista Desplechin: «Mi rifaccio ai drammi famigliari presenti nel cinema americano degli anni ‘;40 e ‘;50», ha detto, «ma anche a Shakespeare e ai capolavori di Sokurov», omaggiato quest’;ultimo da Desplechin con un inchino.

Ka.Eb.

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