Captain America: The Winter Soldier, Sebastian Stan: «Il Soldato d'Inverno mi ha trasformato»
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Captain America: The Winter Soldier, Sebastian Stan: «Il Soldato d’Inverno mi ha trasformato»

L'attore, che abbiamo incontrato a Londra, ci parla del suo ruolo da villain nel sequel Marvel e del suo futuro nell'universo della Casa delle idee

Captain America: The Winter Soldier, Sebastian Stan: «Il Soldato d’Inverno mi ha trasformato»

L'attore, che abbiamo incontrato a Londra, ci parla del suo ruolo da villain nel sequel Marvel e del suo futuro nell'universo della Casa delle idee

Sebastian Stan ha un sorriso aperto mentre entra nella suite del Dorchester Hotel, dove lo stiamo aspettando. Si scusa per il lieve ritardo (solo cinque minuti) e posa la tazza di caffè sul tavolino che lo separa da noi. Le maniche della camicia azzurra arrotolate lungo le braccia «perché già comincia a fare caldo», esordisce dicendo che è contento di essere qui. Il qui è Londra in un tiepido giovedì mattina di marzo e l’occasione è la premiere europea del suo nuovo film: Captain America: The Winter Soldier (leggi la nostra recensione), in cui Sebastian interpreta proprio il ruolo del soldato del titolo.

«Ho vissuto qui a Londra quando ero più giovane, tra il 2003 e il 2004. Ho studiato recitazione allo Shakespeare’s Globe Theatre, quando non avevo ancora un’idea precisa sul mestiere, né su cosa mi piacesse o meno. È stato un anno divertente e di novità, rispetto a quello che avevo studiato in America».

Nato in Romania, Sebastian si è trasferito negli States con la madre quando era appena adolescente. Una laurea in Arti Teatrali, un po’ di teatro e tv (le serie Gossip Girl, Kings e C’era una volta) e qualche apparizione al cinema (The Covenant, Rachel sta per sposarsi). Ma l’anno della svolta è il 2010: partecipa a Il cigno nero di Aronofsky e viene scelto dalla Marvel per interpretare Bucky Barnes, amico fidato di Steve Rogers (Chris Evans) nell’adattamento cinematografico di Captain America. Un ruolo che l’attore ha ripreso per l’atteso sequel in arrivo nelle nostre sale domani, mercoledì 26 marzo.

Che cosa significa per un attore entrare a far parte della squadra Marvel?
Sebastian Stan: «È un’esperienza intensa perché, per certi versi, è come essere ammessi a un club molto speciale. Hai aspettato a lungo, hai sperato di entrarci con tutte le tue forze e poi, alla fine, ce la fai. È un grande privilegio perché mi permette di lavorare con un team di professionisti fantastico, sia davanti che dietro la macchina da presa».

Quando Bucky entra in scena ci accorgiamo subito che ci sono sostanziali differenze rispetto al passato.
SS: «È vero, è trascorso molto tempo tra il primo e il secondo film. Proprio come Steve Rogers, che si ritrova a confrontarsi con un mondo diverso da quello che ha lasciato, anche Bucky scopre una realtà completamente nuova. Ma dentro di lui è cambiato qualcosa e lui è così diverso che potrebbe sembrare addirittura un’altra persona; quando lo rivediamo c’è davvero ben poco di umano. Non sa quello che fa e si comporta più o meno come un robot comandato a distanza».

Però gli resta un barlume di umanità negli occhi. Che tipo di sfida ha rappresentato riuscire a rendere questo aspetto del personaggio?
SS: «È stata una grande sfida perché non avevo battute né dialoghi, perciò sul set mi capitava spesso di chiedermi: “come farà il pubblico a capire il mio personaggio?”. La cinepresa è una cosa bizzarra: c’è questo buco nero che ti fissa costantemente e non sai se riuscirà a capire e a trasmettere le tue intenzioni. Ho capito che a volte la cosa migliore è fare una scelta e lasciarsi andare, anche perché poi sul nostro lavoro intervengono altre persone, come i montatori».

La tua è una performance molto fisica e indossi una maschera per la maggior parte del tempo.
SS: «È stato difficile ma allo stesso tempo mi ha aiutato molto. Mi guardavo allo specchio e metà della mia faccia era nascosta. Non avere la possibilità di riconoscermi mi ha, per qualche ragione, dato la fiducia necessaria a credere che avrei potuto fare qualcosa di diverso. Ogni attore sa quali cose funzionano bene per lui, perciò è molto facile cadere nello stereotipo e rifare sempre le stesse espressioni o gli stessi gesti. Ecco perché, talvolta, mi sembra di vedere attori che replicano se stessi senza aggiungere nulla di nuovo. In questo caso, invece, ho vissuto una trasformazione molto speciale: non si ha spesso la possibilità di apparire così diverso e credo che questo mi abbia consentito anche di perdermi nel personaggio».

E per quanto riguarda gli stunt che tipo di lavoro hai fatto?
SS: «Ho fatto tutto quello che potevo fare. Ovviamente non potevo stare sul tettino di un’auto a 91 chilometri l’ora (ride). Abbiamo lavorato alle scene di combattimento per tre mesi: avevo uno stuntman fantastico, James Young, che mi ha insegnato molto e ha coreografato tutte le sequenze di lotta. Io e Chris, però, siamo riusciti a girare molte delle nostre scene insieme. Sono soddisfatto».

Ti piacerebbe fare cose più estreme, un po’ come fa Tom Cruise?
SS: «Penso che persone come lui vadano rispettate per le cose fenomenali che fanno. Tom Cruise, Jason Statham, Matt Damon o Bruce Willis – insomma tutti quegli attori dei film action con cui siamo cresciuti – fanno cose estremamente difficili: puoi sembrare figo con una pistola in mano oppure no. Si tratta di una forma d’arte molto diversa: è un lavoro tecnico, lavori con la cinepresa sotto certe angolazioni e questo può riuscirti bene o male. Penso che per riuscire a fare i propri stunt ci voglia tempo, perché bisogna acquisire sicurezza. Altrimenti potresti farti male, come è successo a Robert Downey Jr., che si è slogato una caviglia sul set di Iron Man 3. Non si trattava di uno stunt difficile, ma questo ha finito per rallentare la produzione per tre mesi».

Questo film rappresenta un punto d’unione importante tra The Avengers e The Avengers: Age of Ultron. Pensi che il tuo personaggio comparirà nel sequel?
SS: «Non credo. Io ne sarei felicissimo, ma al momento penso che abbiano già così tante storie da mettere insieme che non ci sarà spazio anche per la mia».

Chris Evans ha firmato un contratto per sei film con la Marvel. È anche il tuo caso?
SS: «Beh, diciamo che tutti noi abbiamo firmato un contratto e questo rappresenta una grande sicurezza, perché significa che potrei avere l’opportunità di lavorare di nuovo con questi attori in un altro film di altissima fattura. Ma anche aver firmato un contratto non significa che lavoreremo insieme il prossimo anno o nei prossimi cinque. Io dico sempre, scherzando, che potrebbero richiamarmi anche quando avrò 45 anni. Staremo a vedere!».

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