Il mese scorso vi parlavo del mio amore per Il ladro di orchidee, con Nicolas Cage nei panni di un Charlie Kaufman in crisi perché deve trasporre un reportage del New Yorker in un film.

È stato il primo riferimento che mi è venuto in mente quando alla Mostra del Cinema di Venezia ho incontrato il film che sarebbe stato il protagonista assoluto di questa stagione cinematografica: Nomadland di Chloé Zhao. La pellicola è tratta da un reportage che nasce da un articolo. È il 2014 quando la giornalista Jessica Bruder scrive La fine della pensione: quando non puoi permetterti di non lavorare che sarebbe diventato un libro tre anni dopo, per il quale visse alcuni mesi in un furgoncino percorrendo chilometri e chilometri, con l’intento di documentare la vita nomade spesso conseguenza della Grande recessione del 2008. Il libro, pubblicato anche in Italia, è straordinariamente ben scritto. Ricorda Joan Didion e quel giornalismo che sa toccare la poesia quando documenta i piccoli gesti e le imprese eroiche del quotidiano.

Nel reportage la protagonista è Linda May, una nonna di 64 anni, capelli argento, occhiali bifocali e un cagnolino di nome Coco che l’accompagna mentre è al volante della sua Grand Cherokee Laredo. Accanto a lei sfila un universo di personaggi “senza casa” – l’ex vicepresidente di McDonald’s che vende birre e hamburger, ex manager, tassisti, donne e uomini che dall’aver perso tutto si sono ritrovati a dover reinventare un’esistenza nel movimento. Alcune di queste figure, come Swankie Wheels (che nel suo furgone ha una mappa che celebra il viaggio in kayak attraverso i cinquanta stati americani), le ritroviamo anche nella pellicola di Chloé Zhao, vincitrice di tre Oscar.

A volere che un reportage diventasse film fu Frances McDormand che acquisì i diritti del libro e, dopo la visione di The Rider, identificò in questa ragazza nata a Pechino, lo sguardo giusto per “adattare” la storia. E scelse bene perché è stata di Chloé l’idea di non far interpretare a Frances Linda May, ma di inventarsi Fern, personaggio fittizio tratteggiato come alter ego dell’attrice.

E qui tornano Charlie Kaufman e Nicolas Cage e quella magia che a volte accade nel trasformare le parole in immagini. In cui la poesia, che in un reportage deriva da come vengono incollate, svelate e raccontate le vicende umane sul grande schermo, entra nelle inquadrature di paesaggi desolati accompagnati dalla musica di Ludovico Einaudi. Che ritraggono quell’America che nel vuoto dell’industria riscopre la natura. Quell’America nascosta in cui lande abbandonate riacquisiscono vita diventando parcheggi animati, che non sono luoghi di transito ma di costruzione. Dove si formano comunità in cui la casualità dell’incontro sostituisce la progettualità e la fatica di fronteggiare il presente diventa territorio di incontro umano.

E così Nomadland diventa un film esistenziale, in cui il tema centrale – che tocca anche te che non vivi su un van – è la ridefinizione di un’identità in un momento di incertezza e paura. In fondo Nomadland è un film sulla possibilità di ritrovare emozioni autentiche, anche quando sembra che di possibilità non ce ne siano più. E forse non serve scomodare Jack London o Jack Kerouac per ricordarci che la vita è un viaggio in costante cambiamento di rotta. Un percorso che mette alla prova il coraggio di affrontare, ancora una volta, una nuova tappa. Sapendoci cambiare le ruote da soli, ma imparando, anche, ad accettare l’aiuto di chi ci tende la mano.

BIO Marta Perego

Marta Perego è giornalista, autrice e conduttrice Tv. come divulgatrice culturale, sul suo profilo Instagram intervista scrittori e parla di libri, film e serie Tv. È titolare del podcast Case di carta, come l’omonimo libro

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