I luoghi oscuri, ormai lo sappiamo, sono quelli dell’anima, di un passato traumatico cancellato brutalmente con un coltello affilato per poter continuare a respirare, seppur asmaticamente e con affanno. Sempre che quella di Libby Day possa chiamarsi ancora “vita”: da piccola ha visto la madre e le due sorelle brutalmente assassinate, presumibilmente da un fratello apparentemente affogato nel satanismo di provincia. Sono passati 28 anni da allora, ma per quanto la nostra protagonista stia in piedi, nei suoi occhi vuoti cogliamo ancora tutta la dolorosa malinconia dell’innocenza perduta, scavata nel volto di Charlize Theron.

È un mondo tenebroso e freak quello di Gilles Paquet-Brenner, che per l’occasione ha lavorato su un romanzo di Gillian Flynn, già autrice di L’amore bugiardo, opera con cui Dark Places condivide una struttura a scatole cinesi in perenne viaggio tra passato e presente, menzogna e verità, mentre a scorrere è una galleria di personaggi inquietanti che contribuiscono a mescolare, confondere e ammucchiare i pezzi del puzzle. Lo sguardo del regista non sempre è chiaro e limpido, e di certo non ha la fluidità cristallina di un maestro della narrazione come David Fincher, eppure ha dalla sua una visione estetica decisamente a suo agio nei territori del noir, quelli avvolti da tonalità scure, ansiose e spasmodiche.

Nei luoghi oscuri, insomma, riesce veramente a farci annusare un certo senso di disagio che pervade tutta la storia, il raggelante brivido che ha la medesima consistenza di una crepa nel cuore. E in scena è sempre lei, la Theron, corpo e anima sacrificali di questo racconto di mezzanotte in cui vittime e carnefici continuano a fondersi fino a collidere distruggendo ogni possibile specchio e certezza. In controcampo, l’abisso in cui immergersi fino a morire, supplicando una possibile rinascita mentre saluti per l’ultima volta i tuoi fantasmi, e con essi tutti gli anni che hai lasciato marcire.

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