L’apparente serietà con cui si presenta e ti accoglie viene presto tradita da un sorriso luminoso. Lo stesso che abbiamo più volte ammirato al cinema, sotto le numerose maschere che hanno stravolto il suo volto e decretato il suo successo, Oscar (per The Fighter) incluso. Perché Christian Bale è un grande trasformista, oltre che un grande attore (impossibile distinguere quale sia la causa e quale la conseguenza: le due cose coincidono).
Questa volta il mantello che indossa (sullo schermo, s’intende) non è più nero, ma bianco e ugualmente pesante. E non solo per la fattura, piuttosto per il peso simbolico che ricopre insieme all’armatura che nasconde. Quella di Mosè, nella tradizione cattolica il profeta chiamato a guidare gli ebrei verso la Terra Promessa, liberandoli dalla schiavitù d’Egitto.
Nonostante il drastico “cambio d’abito”, talento e dedizione (se non addirittura ossessione) al lavoro sono rimasti immutati, motivo per cui proprio l’ex Batman è l’uomo scelto da Ridley Scott per interpretare questa figura centrale in molte religioni (non parliamo solo di Ebraismo, Cristianesimo e Islam) nel nuovo kolossal biblico Exodus.
Un ruolo da non sottovalutare e sicuramente rischioso, viste le implicazioni religiose del film, così come dimostrato dalle polemiche innescate da illustri predecessori come La passione di Cristo e il più recente Noah.
«Confesso che ho accettato il ruolo con un certo terrore» ci racconta Bale. «Ci sono tante persone che hanno una fortissima opinione di Mosè, sia tra i cristiani che tra i musulmani e gli ebrei. Quindi, potenzialmente, la mia è stata una mossa suicida, e sarà impossibile che tutti apprezzino Exodus. Però io ho letto il Corano, la Bibbia e la Torah e ho capito che sono tutte interpretazioni di una singola storia. Tra l’altro nessuno di questi libri è nella lingua originale, quindi era lecito anche per noi concederci delle licenze».

Best Movie: È noto che tu hai gusti difficili e non è facile persuaderti ad aderire a un progetto. Cosa ci è voluto questa volta?
Christian Bale: «Tanta insistenza da parte di Ridley. E poi ho dovuto leggere tutta la Torah diverse volte per convincermi che fosse il caso di imbarcarmi in questa avventura. Non comprendevo il bisogno di fare un nuovo film su Mosè e quando me lo hanno proposto mi è sembrato ridicolo. Inoltre, quando mi hanno detto dei sandali, dei capelli lunghi e del periodo della sua vita che avrebbero voluto ricostruire, ricordo di avere pensato: “Ma perché dovrei farlo?”».

BM: Perché, dunque? Evidentemente hai trovato una risposta.
CB: «Perché leggendo la Torah e studiando la storia di Mosè sono rimasto affascinato dalle sue contraddizioni. Era un soldato che combatteva per la libertà e contemporaneamente un “terrorista” che sosteneva di agire esclusivamente nel volere di Dio, declinando ogni responsabilità. Ma se c’era una persona responsabile delle proprie azioni, quella era proprio lui. Un personaggio affascinante che non avevo mai studiato bene. Oltre ad essere rimasto colpito dalla sua “dicotomia” – era estremamente violento, ma anche un pacifista – mi ha incuriosito il suo rapporto con il fratello, il faraone: uno si sentiva Dio, l’altro si sentiva secondo solo a Dio».

BM: Tu sei religioso? Segui i dieci comandamenti?
CB: «No, non particolarmente e non sarò mai cinico sul tema religioso, anche se penso che sia estremamente abusato. La storia di Mosè ne è un perfetto esempio, e sintesi. Le tre grandi religioni ebraiche seguono solo l’esempio e gli insegnamenti di quest’uomo. Ma come ci sentiremmo se lui entrasse ora in questa stanza? Io non sarei tanto a mio agio. Quello che non capisco è come mai al giorno d’oggi ci sia bisogno dei comandamenti per qualcosa che dovrebbe invece essere istintivo; abbiamo abbastanza intelligenza, esperienza e storia alle spalle per capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. E non parlo in termini religiosi o di fede in Dio, ma delle dinamiche che regolano i rapporti tra gli uomini. Allora era diverso: era una partenza radicale e nuova. Mosè aveva introdotto una nuova legge e un nuovo modo di vivere che era salutare per quel tempo. E che comunque comprendeva persino la schiavitù».

BM: Come hai affrontato il ruolo? Sappiamo che di solito ti cali nel personaggio  giorno e notte, fino all’ossessione.
CB: «Questa volta ho dovuto usare un approccio diverso. Cucirmelo addosso, fisicamente e psicologicamente, era assolutamente impossibile da fare: avrei finito con l’uccidere qualcuno o con il farmi uccidere».

BM: Quindi?
CB: «Quindi cercavo di uscire dal personaggio, fischiettare, canticchiare canzoni allegre; avevo sempre i Monty Python in testa e ogni occasione era buona per sdrammatizzare e farsi una risata».

BM: È vero che hai rifiutato di usare la barba finta?
CB: «Certo, me la sono fatta crescere altrimenti avrei passato metà del tempo a pensare se la barba era incollata bene. Comunque vorrei precisare che per quei settanta giorni (tanto sono durate le riprese, ndr) ho cercato di staccarmi dal ruolo più del solito, ma non ho cambiato metodo. Giuro, però, che è stato un miglioramento: questa volta credo di essermi fatto meno nemici del solito».

BM: E Ridley Scott cosa diceva?
CB: «Mi ha aiutato a mantenermi equilibrato. Lui è un genio, fa le cose più difficili con una semplicità assoluta. Per lui dirigere e girare un film di queste dimensioni è facile come andare al supermercato. Ha la straordinaria abilità di renderlo “maneggevoli” anche progetti enormi e spesso considerati proibitivi. Il suo approccio lo rende quasi artigianale, familiare. È stato capace di passare da un film come Blade Runner a Thelma Louise, solo per citare due “estremi” del suo lavoro: non ci sono tanti in grado di farlo. C’è qualcosa di davvero speciale in lui: è un regista unico.

 

(foto: Getty Images)

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