Il mondo dello spettacolo è in subbuglio. Le proteste, le lettere e i sit-in degli addetti ai lavori, infatti, non sembrano aver ancora sortito alcun effetto sul Governo, che prosegue dritto verso i tagli al FUS (Fondo unico per lo spettacolo, il meccanismo – regolato dalla legge n. 163, art. 1 del 30 aprile 1985 – utilizzato dal Governo italiano per fornire sostegno finanziario a enti, istituzioni, associazioni, organismi e imprese operanti in cinema, musica, danza, teatro, circo e spettacolo viaggiante, nonché per la promozione ed il sostegno di manifestazioni e iniziative di carattere e rilevanza nazionale in Italia o all’estero). Il fondo sopravvive grazie al gettito annuale della legge finanziaria, che quest’anno, però, ha ridotto di 130 milioni di euro il contributo destinato allo spettacolo. Il contributo statale destinato al FUS, infatti, è passato dai 511 milioni di euro, previsti dal Governo Prodi nel 2008, ai 380 attuali. Così, da giorni, esponenti del mondo dello spettacolo stanno facendo sentire la loro voce contro la manovra del Governo. La protesta è culminata ieri a Roma, in piazza Montecitorio, davanti alla Camera dei Deputati, dove sono stati lanciati in aria centinaia di palloncini neri (in segno di lutto), mentre le note del Coriolano di Beethoven, suonate dall’Orchestra Regionale del Lazio sottolineavano il gesto. La manifestazione ha radunato volti più o meno noti del cinema, della musica, del teatro e della tv, compresi due parlamentari del Pdl, ossia Luca Barbareschi e Gabriella Carlucci. Tra i volti noti, Carlo Verdone, Nanni Moretti, Mario Monicelli, Ettore Scola, Luca Zingaretti e Mariangela Melato, Ricky Tognazzi, Enrico Lucherini, Paolo Virzì, Giuliano Montaldo, Valerio Mastandrea e Ascanio Celestini. Verdone ha tuonato: «Un omicidio, stanno uccidendo la cultura». Molti hanno invocato le dimissioni del ministro per i Beni culturali Sandro Bondi. Ma la manovra sembra ormai aver raggiunto il traguardo. Lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha spiegato di «non poter far nulla» per rispondere agli appelli che gli sono stati rivolti: «Perché siamo alla vigilia, anzi sull’orlo di una approvazione in Parlamento». Così, molti hanno ventilato l’ipotesi di boicottare il prossimo Festival di Venezia, sulla scia delle proteste degli sceneggiatori che hanno paralizzato la produzione di Hollywood per mesi. Su questa possibilità si sono espressi vari e autorevoli esponenti del mondo dello spettacolo. L’attore e regista Michele Placido, tra i papabili per il concorso con Il grande sogno, ha dichiarato: «Non ha senso fare soltanto questo. Ha senso se boicottare Venezia diventa l’ultimo capitolo di una lotta che deve iniziare subito, domani, ed essere totale. Ma se diventa solo un atto folk sul Lido finisce che poi i film li danno lo stesso, la gente ci va lo stesso e pazienza se alla sera non siamo presenti noi. Non cambia nulla. Servirebbe qualcosa di più radicale. Per 40 giorni si blocca tutto. Ma subito. Basta parole. Cinema, tv, radio, teatro, altrimenti si parla, si parla e poi tutto riprende uguale». Per Pupi Avati, inoltre, la soluzione-Venezia sarebbe puro autolesionismo: «Boicottare il festival di Venezia penso porti scalogna, il disamore tra il pubblico italiano e il suo cinema ha preso avvio dopo il ‘ 68. Ci sono formule meno autolesionistiche, come fare al ministero incontri ragionevoli». Anche uno dei promotori della celebre protesta al Lido del 1968, il 94enne regista Mario Monicelli, sottolinea l’inutilità di un gesto simile in questa circostanza: «Rimettersi oggi a boicottare Venezia per protestare contro i tagli governativi del Fondo unico dello spettacolo mi sembra ingiusto. Queste sono manifestazioni estreme che alla fine non conducono a nulla, diventano subito folk. E poi il pubblico i film li va a vedere lo stesso». Anche il presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, è intervenuto in merito all’ipotesi di boicottare la Mostra di Venezia. Pur sostenendo la protesta contro i tagli al FUS, il governatore ha messo in evidenza: «Mi auguro che la minaccia di boicottare la Mostra del Cinema di Venezia appartenga alla dimensione propria della gloriosa commedia all’italiana, perché alla fine i conti devono tornare. E i conti tornano per il nostro cinema soprattutto in occasione del Festival più prestigioso che esista al mondo, qual è quello di Venezia». Intanto, non arrivano segnali incoraggianti per un lieto fine della vicenda. Lo hanno lasciato intendere le braccia aperte del sottosegretario ai Beni culturali, Gianni Letta, ieri dopo l’incontro a Palazzo Chigi con le associazioni dello spettacolo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA