Se pensiamo a lei la memoria torna inevitabilmente alla ragazzina di Ricordati di Me; ma oggi, più di dieci anni dopo, è il momento di smarcare Nicoletta Romanoff da quell’immagine. Oggi, l’attrice è una donna sicura di sé e del proprio percorso professionale, pronta a sperimentare e che, in seguito ad alcune sortite nel dramma (Cardiofitness, Dalla vita in poi), ha trovato il suo habitat naturale nella commedia, bazzicata di recente in Posti in piedi in paradiso di Carlo Verdone. E in Crushed Lives – Il sesso dopo i figli (nelle sale dal 25 Giugno), dove affianca Walter Leonardi nel ruolo della moglie, da poco mamma, che assiste alla realizzazione da parte del marito di un film sul cambiamento della sessualità nella coppia dopo la genitorialità, cercando di fargli capire che il problema di cui lui vuole raccontare è prima di tutto il loro.
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Nicoletta, ed ecco quello che ci ha raccontato sul rapporto col regista Alessandro Colizzi e col partner di scena Leonardi, sul tema ‘scottante’ della pellicola e su come mantenere accesa la scintilla, anche dopo l’arrivo dei pargoli.
Come ti sei trovata a partecipare a questa operazione, che mescola doc d’inchiesta e finzione?
Ho incontrato il regista e la sceneggiatrice, e leggendo lo script ho riso moltissimo. Non è una semplice commedia: mi ha colpito il fatto che sia tratta da un loro libro, composto da interviste e materiale reale. È come entrare nella camera da letto dei tuoi amici: dall’esterno ti sembra tutto perfetto, e invece…
Il calo dopo il matrimonio e la maternità è considerato un evento scontato ma ancora piuttosto tabù, secondo te Crushed Lives può aiutare a sbloccare l’argomento, ci si può rispecchiare con ironia?
È proprio di questo che tratta il film: tra le risate e l’irriverenza spinge a riflettere sulla coppia, sulla vita di coppia, e sulla comunicazione tra la coppia. Perché, di base, quando ci sono problemi tra lenzuola c’è sempre un problema di comunicazione fuori.
Cinema come terapia, quindi?
Il cinema è catartico, il film stesso racconta di come la coppia protagonista, attraverso la realizzazione di questa pellicola, riesca a vedere dal di fuori la propria crisi e a superarla.
Ci sono secondo te degli ingredienti per mantenere viva la passione?
Secondo me, l’ingrediente di base è la buona comunicazione: quando una coppia smette di vivere emotivamente in un loft, in uno spazio pieno di stanze chiuse a chiave, allora diventa tutto fluido e automaticamente anche la passione torna a essere qualcosa di necessario, naturale, per giocare, divertirsi, ritrovarsi.
L’ironia perciò è un elemento fondamentale?
Lo è in generale nella vita, quindi decisamente nella coppia!
Com’è andata col tuo collega Leonardi e con Colizzi?
Devo dire che c’è stata un’armonia fuori dal comune. Non ho mai visto il regista arrabbiarsi, mai un ritardo, mai una tensione sul set, e questo nonostante sia un piccolo film con tutte le difficoltà del caso (la produzione ridotta). Alessandro aveva le idee chiare e lasciava molto spazio agli attori, poi Walter è un comico e come tale è stato esilarante girare con lui, non la smettevo più di ridere.
Il film ricorda nel suo impianto comedy americane come Modern Family: c’è un genere, anche televisivo, in cui ti piacerebbe cimentarti?
Adoro Modern Family! In ogni caso, penso che sia difficile far piangere, ma ancora più difficile, e più bello, far ridere. La mia vita è intrecciata con la commedia, mi piace molto ridere e divertirmi, e anche nei momenti peggiori cerco sempre il lato positivo.
C’è un regista italiano con cui ti piacerebbe lavorare?
Ce ne sarebbero veramente tanti! Dopotutto la mia carriera è ancora all’inizio, io l’ho modellata sulla mia famiglia, quindi, anche se sono un po’ di anni che recito, ho come la sensazione di avere ancora tanto, tutto, da fare. Ho lavorato con grandi professionisti, ma il bello è che ce ne sono ancora tantissimi con cui mi piacerebbe collaborare.
Avete sponsorizzato Crushed Lives anche intervistando la gente sul tema trattato: lo sfruttamento dei mezzi crossmediali a tuo parere può avvicinare al cinema un target di pubblico più vasto?
Il senso e lo scopo finale dei social network è proprio questo, dato che è un’arma a doppio taglio usiamola bene. Noi ci siamo prestati con entusiasmo e ci siamo divertiti a metterci in gioco in prima persona in maniera ironica. Anche perché, appunto, c’è una forte sinergia tra me, Walter e Alessandro. Ed è bello partecipare in maniera attiva alla promozione di un film, quando ci metti il cuore si nota e si sente.
A un certo punto il tuo personaggio dichiara che c’è una sorta di timore reverenziale da parte dei mariti verso le mogli quando diventano madri: è il risultato di stereotipo in cui le donne vengono incanalate?
È una cosa che si crea; è raro che la responsabilità sia tutta di una persona o di un’altra. L’uomo tende a vederti in maniera diversa, ma è anche vero che la donna si pone in maniera diversa. Può succedere di provare questo senso di possesso verso il neonato, da cui si esclude il partner, poi però lo paghi. Perciò, è importante fin dal primo istante coinvolgere il papà in questa gioia condivisa e comune, in questa nuova storia d’amore, e inoltre così si azzera il gradino tra marito e moglie nei confronti del figlio.
Tu sei riuscita a conciliare carriera e maternità, credi sia un equilibrio essenziale da mantenere?
L’importante è rimanere fedeli a se stessi. Se si ha una forte spinta e una passione verso il proprio lavoro è giusto seguirla, la realizzazione di sé non passa necessariamente attraverso la maternità o attraverso la carriera. Bisogna capire cosa si vuole davvero. Ognuno ha la sua vocazione, per una donna è difficile conciliare tutto, perciò bisogna capire quale delle due cose ci soddisfa di più senza paura del giudizio esterno della società, del partner e della famiglia.
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