Cinema e pubblicità: come i registi più amati al mondo hanno trasformato lo spot in racconto d'autore
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Cinema e pubblicità: come i registi più amati al mondo hanno trasformato lo spot in racconto d’autore

Da Ridley Scott a David Lynch, da Sofia Coppola a Jonathan Glazer: un viaggio tra gli spot che hanno segnato l’immaginario collettivo, trasformando la pubblicità in un vero linguaggio cinematografico

Cinema e pubblicità: come i registi più amati al mondo hanno trasformato lo spot in racconto d’autore

Da Ridley Scott a David Lynch, da Sofia Coppola a Jonathan Glazer: un viaggio tra gli spot che hanno segnato l’immaginario collettivo, trasformando la pubblicità in un vero linguaggio cinematografico

Da decenni siamo abituati a pensare al cinema come al territorio dell’autore, della visione personale, dell’“opera” destinata alla sala. La pubblicità, al contrario, viene spesso liquidata come un linguaggio più effimero, legato al consumo immediato e al ricambio continuo delle campagne. Eppure basta guardare con un po’ di attenzione alla storia delle immagini in movimento per scoprire che le due cose non sono mai state davvero separate: molti dei registi che hanno cambiato il modo di fare cinema hanno lasciato un segno altrettanto forte negli spot che abbiamo visto in TV, al cinema, online.

Già alle origini del mezzo, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, i fratelli Lumière e Thomas Edison non si limitano a mostrare il mondo: lo promuovono. Le fabbriche, i prodotti, le invenzioni che compaiono nei loro brevi filmati sono anche il volto pubblico di un’impresa, di una tecnologia, di un marchio. Non esistono ancora i format da 30 secondi, non esiste la pausa pubblicitaria, ma c’è già l’idea che il cinema possa raccontare qualcosa e, allo stesso tempo, valorizzare chi lo produce.

Da lì in avanti, il legame si fa sempre più stretto. Nel corso del Novecento, i marchi iniziano a cercare registi capaci di dare un tono, uno stile, un immaginario preciso alle loro campagne. E i registi, a loro volta, trovano nella pubblicità un laboratorio per sperimentare soluzioni visive, ritmi di montaggio, scelte di fotografia che spesso rientreranno nei loro film. Alcuni hanno iniziato così; altri, già affermati, hanno accettato la sfida di condensare il proprio universo in pochi secondi. Il risultato è che molti spot sono entrati nella memoria collettiva proprio come le opere per il cinema dei loro autori.

Ridley Scott

Prima di diventare uno dei registi più importanti del cinema britannico e internazionale, Ridley Scott costruisce il proprio talento visivo proprio nella pubblicità. Il suo percorso è atipico ma illuminante: cinema “nel sangue” fin dagli anni della Royal College of Art (dove contribuisce a creare il dipartimento di cinema), qualche anno alla BBC per affinare tecniche e linguaggi, e poi – nel 1968 – la svolta decisiva con la fondazione della Ridley Scott Associates, la casa di produzione nata insieme al fratello Tony. Da quel momento, Scott entra in quella che lui stesso ha definito «l’era post-Mad Men», quando la pubblicità smette di essere un semplice messaggio commerciale e diventa una forma autonoma di comunicazione visiva. Nel corso di decenni dirigerà più di 2.000 spot, trasformando il formato breve in un vero terreno di sperimentazione cinematografica.

La sua abilità nel costruire un racconto in pochi secondi si vede già nei primi lavori iconici:

  • Hovis (1973) – uno dei commercial più amati della storia britannica: un ragazzino che spinge una bicicletta lungo una strada in salita, accompagnato da un’atmosfera nostalgica che è diventata sinonimo di “memoria collettiva”. Lo spot è stato così influente da essere restaurato nel 2019.

  • Benson & Hedges (1973) – shock visivo puro: colori intensi, ironia, scenari surreali. Scott è capace di trasformare un pacchetto di sigarette in un oggetto glamour, costruendo un micro-film enigmatico e raffinato.

  • Chanel No. 5 (1979) – realizzato nello stesso anno di Alien, anticipa lo stile che definirà gran parte delle pubblicità di profumi successive. È l’inizio dell’“estetica Scott” applicata al mondo del lusso: luci sofisticate, sensualità trattenuta, composizione rigorosa.

Con questa esperienza alle spalle, la sua capacità di raccontare un immaginario con la massima efficacia esplode nello spot che lo consacra nell’Olimpo della pubblicità: Apple 1984, per il lancio del primo Macintosh. Andato in onda durante il Super Bowl del 1984, questo vero e proprio manifesto visivo si ispira all’immaginario orwelliano e riflette la sensibilità del regista appena reduce da Blade Runner.

Un’enorme sala grigia, masse uniformate, un volto onnipresente che parla agli individui come un moderno Grande Fratello. A interrompere l’incantesimo, una sola figura femminile, atletica e colorata, che irrompe nello spazio e scaglia un martello contro lo schermo. In quel gesto esplode l’idea di Apple come rottura, innovazione, libertà espressiva. Il prodotto non compare quasi mai, ma l’identità del brand è definita meglio che in qualsiasi catalogo: un capolavoro di narrazione condensata, diventato lo standard con cui misurare l’impatto di uno spot.

 

 

Roy Andersson

Se Ridley Scott usa la pubblicità per amplificare il proprio gusto per i mondi distopici, lo svedese Roy Andersson ne fa il terreno ideale del suo umorismo surreale. Prima di conquistare festival e cinefili con film come Canzoni del secondo piano o Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, Andersson firma centinaia di spot, soprattutto per la compagnia di assicurazioni Trygg Hansa.

Inquadrature fisse, volti impassibili, ambienti sospesi tra l’ufficio, il bar, la strada: in pochi secondi, ogni scena diventa una piccola parabola sull’assurdità del quotidiano, su incidenti minimi che rivelano qualcosa di più profondo sul modo in cui viviamo. Guardando oggi i suoi film, è evidente quanto quella palestra pubblicitaria abbia contribuito a definire il suo stile.

David Lynch – PlayStation 2

Dopo Mulholland Drive, David Lynch presta la sua sensibilità visionaria alla campagna di lancio di PlayStation 2, con uno spot in bianco e nero che sembra arrivare direttamente dai corridoi più inquieti del suo cinema. Figure deformate, spazi impossibili, luci pulsanti e una voce fuori campo che parla del “Terzo Luogo”, quello in cui realtà e immaginazione si sovrappongono.

L’intento non è descrivere il prodotto, ma creare un’esperienza sensoriale – oscura, onirica, magnetica – che dialoga con le atmosfere di Eraserhead e Twin Peaks. In un minuto scarso, Lynch trasforma una console in un portale mentale, definendo un immaginario che ancora oggi viene ricordato come una delle campagne più audaci e misteriose mai realizzate.

Nicolas Winding Refn

Il rapporto tra Nicolas Winding Refn e la pubblicità è continuativo e centrale nella sua carriera. Prima ancora che i suoi film come Drive o The Neon Demon conquistassero pubblico e critica, Refn si muoveva già tra set pubblicitari dove affinava il suo stile: luci al neon, composizioni geometriche, movimenti lenti, atmosfere sospese ed esplosioni improvvise di colore o violenza.

Negli anni realizza spot per brand molto diversi tra loro, da Grey Goose Vodka e Nike fino ai marchi del lusso come Hennessy X.O., Gucci e Prada. Ogni volta Refn costruisce un micro-universo riconoscibile, fatto di musica pulsante, icone plastiche e suggestioni metropolitane. Il suo approccio raggiunge l’apice con Beauty Is Not a Sin, la campagna per MV Agusta presentata addirittura alla Mostra del Cinema di Venezia come fosse un cortometraggio: un caso rarissimo, che testimonia quanto la sua idea di pubblicità sia vicina a quella di un’opera cinematografica a tutti gli effetti.

Jonathan Glazer – Guinness “Surfer”

Tra gli spot più celebrati della storia, Surfer diretto da Jonathan Glazer per Guinness è forse il miglior esempio di come un film pubblicitario possa diventare un’opera d’arte autonoma. Glazer – autore visionario di videoclip, pubblicità e film come Under the Skin – costruisce qui un racconto epico in cui l’attesa della “pinta perfetta” diventa metafora di una sfida titanica.

L’immagine più iconica è quella dei surfisti che si trasformano in cavalli bianchi lanciati al galoppo: un’idea potentissima che nasce da un’intuizione visiva pura e si imprime immediatamente nell’immaginario collettivo. Lo spot è costruito come un mini-film: ritmo scandito dalla voce narrante, fotografia contrastata, montaggio serrato, una tensione crescente che culmina in pochi fotogrammi indimenticabili.

L’approccio di Glazer alla pubblicità è lo stesso che porta nel cinema: un’ossessione per l’immagine simbolica, un’estetica audace, un uso del tempo dilatato che trasforma l’attesa in esperienza emotiva. Surfer non si limita a promuovere una birra: racconta una visione, un’idea di resistenza e desiderio. E ancora oggi è considerato uno degli spot più influenti di sempre, capace di ridefinire cosa può essere un “commercial” quando dietro la macchina da presa c’è un autore nel pieno della sua libertà creativa.

Wes Anderson – American Express

Lo spot realizzato per American Express mostra alla perfezione quanto la poetica di Wes Anderson si adatti al formato breve senza perdere nulla della sua forza. Il regista interpreta sé stesso nel mezzo di una giornata caotica sul set, guidando attori, tecnici, animali e comparse in una coreografia perfettamente simmetrica, scandita da colori pastello e movimenti di macchina calibrati al millimetro.

Il risultato è un autoritratto ironico e affettuoso: un piccolo mondo costruito con la cura maniacale del dettaglio, l’umorismo secco, il gusto per il teatro in miniatura e la musica come ritmo narrativo. In pochi secondi, lo spot ricrea l’essenza del suo cinema, tanto da sembrare una scena laterale – o se vogliamo, un dietro le quinte reinventato – di uno dei suoi film.

David Fincher

La pubblicità ha giocato un ruolo decisivo nella definizione dello stile di David Fincher, che negli spot affina quella combinazione di precisione chirurgica, toni scuri, fotografia contrastata e attenzione maniacale al dettaglio che ritroveremo nei suoi film. Il formato breve diventa per lui un terreno ideale per esplorare atmosfere e strutture narrative che sembrano uscite da un noir minimale o da un thriller psicologico.

Tra i lavori più rappresentativi ci sono Gap – Dress Normal, quattro micro-storie cariche di inquietudine, sospensioni e corridoi in penombra; Nike – Fate, una narrazione “a ciclo di vita” costruita su un montaggio serrato che riprende la sua ossessione per il tempo e la causalità; Apple – “Break In”, spot dal taglio thriller, scolpito da luci fredde e transizioni dinamiche; infine, Levi’s – “The Wall”, uno dei suoi primi lavori capaci di creare atmosfere cupe e seducenti.

Per Fincher, lo spot non è mai un semplice incarico pubblicitario, ma un laboratorio narrativo in cui testare idee, ritmi e suggestioni. Ogni sua pubblicità costruisce un mondo riconoscibile al primo fotogramma, confermando quanto il suo linguaggio visivo sia unico anche nei formati più brevi.

Spike Jonze – Kenzo

Spike Jonze ha sempre oscillato tra cinema, videoclip e pubblicità, ma con lo spot per il profumo Kenzo firma uno dei lavori più iconici della sua carriera extra-filmica. La protagonista, Margaret Qualley, è seduta a un gala elegante quando, all’improvviso, viene travolta da un impulso irrefrenabile: si alza, corre, danza, salta, si contorce in un crescendo di energia pura.

La scena è costruita come una fuga dal conformismo, trasformando un’atmosfera patinata in un’esplosione di libertà fisica e creativa. Ogni movimento è calibrato sull’estetica di Jonze: la coreografia sbilenca, la macchina da presa che segue i gesti con immediatezza, il gusto per l’assurdo poetico. Il risultato è uno spot diventato cult, parodiato, imitato e celebrato, perché capace di raccontare un profumo attraverso il linguaggio del corpo e dell’emozione.

Sofia Coppola

Sofia Coppola ha un rapporto particolare con la pubblicità: la usa come estensione della sua sensibilità, fatta di spazi intimi, luce morbida e personaggi sospesi in un’atmosfera di dolce malinconia. Lo dimostrano gli spot girati per Dior, dove segue donne in camere d’albergo, tra specchi, abiti e momenti rubati, con lo stesso sguardo che attraversa Lost in Translation o Somewhere.

Ma la sua incursione più iconica resta quella per il whisky giapponese Suntory, reso celebre proprio dal suo film del 2003 con Scarlett Johansson e Bill Murray. Una scelta che rivela come la pubblicità, per Coppola, non sia un territorio separato, ma un luogo dove sperimentare la delicatezza del gesto, i colori pastello, la musica come stato d’animo.

Ang Lee

Lo spot Dining Out realizzato per Visa concentra in pochi secondi molte delle qualità che definiscono il cinema di Ang Lee: il gusto per la coreografia, la fluidità del movimento, la capacità di trasformare l’ordinario in qualcosa di sorprendente. La scena si apre in un ristorante elegante, con una giovane donna che si lamenta per la zuppa troppo salata servitole. Un attimo dopo, l’ambiente si ribalta: ciò che sembrava un semplice momento quotidiano esplode in una sequenza di arti marziali spettacolare.

Tavoli che volano, camerieri-guerrieri, salti acrobatici, oggetti che diventano armi: ogni gesto è controllato, armonico, costruito con la stessa grazia che caratterizza La tigre e il dragone. Lo spot è un esempio perfetto della sua capacità di portare la poesia del movimento anche nel formato breve, creando una scena d’azione chiara, elegante e avvincente. Un piccolo film perfettamente compiuto, in cui si riconosce la mano di un autore nel pieno del suo linguaggio visivo.

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