Come i social media hanno ucciso la critica: la parola a David Cronenberg
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Come i social media hanno ucciso la critica: la parola a David Cronenberg

Il regista di Videodrome riflette sulle ricadute del nuovo sistema della comunicazione sui "vecchi mestieri" legati al cinema

Come i social media hanno ucciso la critica: la parola a David Cronenberg

Il regista di Videodrome riflette sulle ricadute del nuovo sistema della comunicazione sui "vecchi mestieri" legati al cinema

Video killed the radio star.

Chi si ricorda il singolo dei The Buggles, primo videoclip a inaugurare la programmazione televisiva di MTV, che cantava, nel suo ritornello, che la tv avrebbe ucciso la radio, facendo temere le emittenti del vecchio medium?

Siamo andati indietro nel tempo per parlare della più recente affermazione di David Cronenberg nei confronti dei social media, un’affermazione che ha a che vedere con i vecchi ruoli della comunicazione nel nuovo sistema della rete.

Il regista ha infatti mostrato la sua preoccupazione nei confronti di un sistema democratico di espressione del proprio giudizio e delle proprie preferenze che sta lentamente portando alla deriva il vecchio sistema della critica cinematografica. Secondo Cronenberg, Rotten Tomatoes, come altri siti che consentono di recensire, anche solo esprimendo il proprio gradimento in percentuale, pellicole e prodotti audiovisivi, stanno assottigliando il ruolo del recensore professionista.

Il discorso punta il dito su una situazione che a più riprese e in modi diversi è stata già analizzata dai teorici della comunicazione. D’altro canto, nella storia dei media l’avvento di nuove tecnologie è stato spesso interpretato come minaccia che avrebbe portato, secondo le visioni più pessimistiche, alla sostituzione degli strumenti e delle modalità comunicative preesistenti. Ogni qualvolta questo processo si è verificato, sono state frequenti le voci che, in modo apocalittico, si sono levate in difesa del passato e delle professioni legate ai “vecchi media”.

Al contrario, come è spesso vero, le nuove tecnologie hanno ridisegnato il panorama della comunicazione, portando a nuove configurazioni e a nuovi ruoli, a nuove figure e a nuovi metodi. La riflessione di David Cronenberg, che d’altro canto ha fatto del sistema dei media e della metamorfosi la materia principale della sua riflessione estetica, si inserisce in questo panorama con uno spessore e una sottigliezza più ampia di una semplice sentenza: per il regista il discorso non è tanto legato alla possibilità di estendere a tutti la facoltà di giudizio, quanto alla deriva qualitativa del ruolo del critico.

«Andando su Rotten Tomatoes c’è una distinzione tra “critici” e “top critics”, cioè personalità retribuite, che lavorano rispettando i loro impegni e che sono legittimate da un sito o da una rivista. Poi ci sono tutti coloro che dicono di essere critici, di cui leggi le recensioni, e di cui ti rendi conto che non sanno nemmeno scrivere, rivelando tutta la loro ignoranza e stupidità. Grazie alla Rete sono emerse voci interessanti e questo è un bene, perchè non sarebbe successo altrimenti, ma c’è anche il rovescio della medaglia: i critici veri sono diluiti in questo mare di sedicenti recensori».

Questo punto di vista è avvalorato anche dall’attuale configurazione del mercato del lavoro: negli Stati Uniti riviste autorevoli come il New Yorker ritengono che, per una questione di costi, un solo critico cinematografico sia sufficiente. Aggiungiamo poi il fatto che molte pellicole stanno puntando sempre più non a ricevere recensioni positive, ma a far confluire il proprio successo nel passaparola di Twitter e di Facebook. Questo slittamento dell’autorevolezza, da quella del critico a quella del giudizio di una larga fetta di pubblico, sta cambiando radicalmente gli orientamenti e gli assetti della comunicazione audiovisiva e delle strategie di marketing.

Le ricadute sono più che mai rilevanti: non si tratta solo di un’innalzamento delle barriere di ingresso nel settore per quegli aspiranti critici che si vedono bloccate le porte per il compimento delle loro aspirazioni professionali; si tratta, in modo particolare, di una ridefinizione “creativa” (con processi molto più agguerriti e competitivi) del mestiere. Molti critici, che in passato gravitavano attorno alle maggiori riviste internazionali, sono transitati verso nuove piattaforme, soprattutto online, come freelance.

I nuovi modelli di critica si giocano dunque sui social, dove l’interazione critico-utente è sempre più frequente e dove tra chi scrive e chi legge i ruoli non sono più così definiti, ma si innescano dinamiche di dialogo e di discussione sulla materia-film. Preme però riflettere su una questione fondamentale: sebbene i 140 caratteri di Twitter, come anche gli status update di Facebook, consentano l’immissione della comunicazione e del pensiero critico in una circolarità virtuosa presso una community vasta e interessata, quali saranno i nuovi strumenti e le nuove modalità perchè questo lavoro venga debitamente retribuito?

Fonte: IndieWire

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