Io, Pina, ho una caratteristica: loro non lo sanno, ma io sono indistruttibile, e sai perché? Perché sono il più grande “perditore” di tutti i tempi.
Sprovvisto e sfortunato, incapace di destreggiarsi tra gli eventi della storia. Altro che vaso di coccio tra i vasi di ferro: lui è già sconfitto, è già frantumato e rotto. Ma per questo, capace di permeare e insediarsi, con le sue schegge taglienti, nell’immaginario comune, nel linguaggio delle citazioni, nel dizionario di tutti i giorni, con quell’aggettivo emblematico, che è anche una metafora esistenziale e sociale che ci riassume: fantozziano.
40 anni sul grande schermo, 40 anni di Fantozzi, il ragioniere Ugo portato prima a Teatro, poi sulle pagine dell’Espresso, poi in televisione, poi al cinema da Paolo Villaggio, e oggi ancora vivo tra le pillole di YouTube e i meme del web. Fenomeno di transmedialità italiana, che ha colonizzato la cultura popolare disegnando, prima degli italiani medi del presente, l’archetipo dello sfigato e del reietto a cui nessuno vuole assomigliare, ma di cui tutti, in fondo, facciamo parte.
Un uomo qualunque, talmente piccolo, da essere ridicolizzato e umiliato da colleghi arrivisti e da essere schiacciato dall’azienda in cui lavora, dove tiranneggia un direttore esigente, che lui vorrebbe compiacere, ma senza successo. I suoi unici sfoghi sono la famiglia, con una sposa insignificante e bruttina e una figlia che è rimasta impressa nella memoria di tutti per i suoi tratti grottescamente orripilanti, e i pochi amici, il ragioniere Filini e la signorina Silvani, eterno amore irraggiungibile del ragioniere.
Con una casa a equo canone, il telecomando con 99 canali, Fantozzi è il simbolo dell’italianità degli anni ’70, quella che usciva ormai disillusa dal boom economico e si affacciava alla desolazione di un periodo storico fatto di compromessi politici e di ideologie al tramonto. Lo stesso Fantozzi, che non sa chi votare, che guarda le tribune politiche e che frequenta la sede di partito, è l’esempio di questo smarrimento, uno smarrimento senza indirizzo, svuotato di ogni coordinata e certezza, uno smarrimento che culmina con la frase più celebre e trasgressiva di tutte: la Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!
Succube della società e del lavoro, nel suo iperealismo iperbolico, che culmina con “l’ingresso nell’acquario degli impiegati”, dove è ridotto al ruolo di triglia, nel finale del primo film del 1975, Fantozzi attraversa la storia italiana raccontandoci le nostre miserie, maschera che subisce, che non riesce a integrarsi, pur cercando, con sottomissione servile, di adeguarsi al pensiero comune, di essere medio insieme agli altri.
Per questa particolare identità con lo spettatore, il suo esordio cinematografico aveva superato, al botteghino L’Esorcista, con incassi miliardari: agli italiani piaceva proiettare in una figura reietta e paradossale le paure, gli insuccessi, i sogni non realizzati. In questa ricerca del capro espiatorio, Fantozzi attraversa, con il suo corpo sgraziato, i decenni, arrivando alle soglie degli anni 2000, con accento crepuscolare e rassegnato, a parlare di un Paese in crisi alla ricerca di se stesso. Per esorcizzare il male con una tragica risata.
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