Il cinema americano si sta indirizzando sempre più verso il concetto di pop che Andy Wharol aveva espresso con la sua arte. La serializzazione dei prodotti destinati al consumo di massa rappresenta ormai lo standard produttivo delle major americane, e quest’ultima edizione del Comic-Con di San Diego, che si è svolta tra il 24 e il 27 luglio, lo ha mostrato una volta di più. A farla da padrone sono stati i franchise già (più o meno) collaudati, i cui panel – le conferenze-spettacolo delle star, in cui viene mostrato anche del footage inedito – hanno subissato per numero di spettatori ed entusiasmo quelli dedicati ai lungometraggi originali. Come ogni anno, da quando nel 2006 è stato fissato un limite di accessi per mancanza di spazi, le presenze sono state più di 130mila – per fare un paragone: il Lucca Comics and Games nel 2013 ha fatto registrare 218mila entrate – e dividendo gli spettatori nelle quattro giornate, scopriamo che quasi la metà dei fan presenti a San Diego sabato 26, erano in coda per entrare al panel della Marvel. Un segno inequivocabile che gli spettatori seguono con maggiore interesse i personaggi sedimentati nell’immaginario collettivo. Altre volte accade però che a diventare un vero e proprio brand non sia il supereroe o il robot di turno, ma un autore. Il Comic-Con ha evidenziato ad esempio che Guillermo Del Toro è oggi un nome capace di attirare gli appassionati del fantasy a prescindere dal tipo di prodotto che sta pubblicizzando. A San Diego ha portato il suo nuovo film da regista Crimson Peak, l’animazione di Il libro della vita che ha prodotto e infine la serie tv The Strain. In ognuno dei tre panel Guillermo è stato incontrastato protagonista con la sua ironia e sincerità. […]

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