Si è mosso Contromano Antonio Albanese nel suo nuovo film, il cui titolo racconta alla lettera l’operazione sorprendente e rischiosa compiuta dal comico lombardo, che torna dietro la macchina da presa a ben sedici anni di distanza da Il nostro matrimonio è in crisi. Il protagonista interpretato da Albanese, Mario Cavallaro, è infatti il proprietario di un negozio di calzature che si ritrova un immigrato senegalese davanti al portone della sua attività, a vendere calzini per strada al posto suo e pestandogli di fatto i piedi alla sua attività commerciale.
Mario Cavallaro, milanese, uomo forse meschino e piuttosto ambiguo ma docile, con una sgradevolezza che conserva una componente struggente, è probabilmente una delle maschere più spiazzanti e imprendibili mai incarnate dall’attore, che ha scritto e diretto un film in cui un borghese qualunque si mette in testa di riportare a casa, letteralmente, un immigrato. Perché tutti lo facessero, dopotutto, il problema dell’immigrazione clandestine si riassorbirebbe. Le cose si faranno ovviamente più complicate del previsto, specialmente quando sulla strada di Mario e del suo avversario di colore, Oba (Alex Fondja), si metterà anche la sorella di lui, Dalida (Aude Legastelois).
«Contromano nasce da un desiderio sociale da spettatore – dichiara Albanese presentando il film alla stampa dal cinema Anteo a Milano, in collegamento Skype con il The Space Moderno di Roma – dalla voglia di affrontare in maniera diversa un tema ingombrante ed enorme come l’immigrazione. Sentivo di doverlo affrontare con garbo, con leggerezza, che non è una parolaccia ma qualcosa da sostenere con tutte le proprie forze. La solitudine di Mario per me è la solitudine dell’Occidente, incarnata da quest’uomo si muove dal negozio dove lavora all’orto che ha sempre sognato di coltivare, che da sempre è la sua grande passione. Accanto alla sua solitudine c’è la solitudine di due persone costrette a essere sole in un altro paese: il mio è senz’altro un incontro di solitudini. Tutto parte dall’idea un po’ iperrealista del rapimento, perché è il nostro tempo ad esserlo».
Qualcuno cita Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli, per descrivere questo personaggio, ma anche i primi film di Gabriele Salvatores, coi viaggi e le condivisioni, ma anche le contrapposizioni di caratteri e di culture. Con dentro un Albanese un po’ scisso, bipolare, un po’ Alex Drastico e un po’ Epifanio, per citare due sue incarnazioni comiche agli antipodi. «La volontà di Mario – continua Albanese – nasce da un’implosione che ha accumulato negli anni, mentre la gioia caratteriale cui approda alla fine è causata da un incontro salvifico. La durezza iniziale lo porta a comportarsi in un certo modo, poi invece il suo sguardo si apre, con una serenità diversa. Anche i due ragazzi partono da un’attenzione iniziale, che non è cero diffidenza, per approdare alla condivisione. Il movimento ironico invece fa parte del mio mondo, sono molto terrorizzato da non vedere più l’ironia in questo paese».
Ma non può non venire in mente anche Vesna va veloce del compianto Carlo Mazzacurati, dove Antonio accompagnava la protagonista interpretata da Tereza Zajickova, anche se allora il moto migratorio riguardava l’est Europa: a ripensarci oggi, non si può non notare quanto il mondo sia cambiato. «Non ho pensato a Vesna direttamente, anche se penso a Carlo quotidianamente. Mi ricordo che il film era stato criticato perché il sindaco di una città diceva che quell’immigrazione non esisteva. Forse sono legato a questo tema perché sono figlio di immigranti e dunque la tematica mi attraversa. Però non ho pensato a quel film, al muratore Antonio e a Vesna che purtroppo si prostituiva per vivere. Però mi porto dentro Carlo, un uomo sempre avanti, di gran gusto: i suoi pensieri e i suoi sguardi sono con me e mi sostengono».

Difficile non notare, allo stesso tempo, quanto tempo è passato dall’ultima regia di Albanese: oltre tre lustri. «Ho scoperto la gioia della regia a 53 anni e averlo fatto a quest’età mi fa ritenere fortunato. Ho imparato da tanti registi validi con cui ho lavorato, anche tecnicamente. Mi sono molto divertito a dirigere Contromano, ne sono uscito rigenerato, cercavo la storia giusta che mi facesse coltivare questa gioia. Il mio sogno è fare un film da regista senza interpretarlo, magari prima o poi riuscirò a realizzarlo».
All’apice di quest’importante dichiarazione d’amore per la regia, Albanese tira un fuori un riferimento incredibilmente alto e ricercato, che coincide con uno dei più grandi registi europei del nostro tempo. «Ho una passione estrema per Aki Kaurismäki, di lui so tutto, anche quanto beve! Mi sono avvicinato a quella pasta, a quell’ironia struggente di cui lo reputo un maestro assoluto. L’ho studiato, Vita da bohème, che ho amato tantissimo, ma anche Leningrand Cowboys Go America per me è un film della vita, sarà che sono nato a Lecco in Lombardia. Non c’è niente di più drammatico e allo stesso tempo di ironico dei film di Kaurismäki».
Un regista che nei suoi ultimi film ha affrontato in fondo proprio il tema dell’immigrazione, dal meraviglioso Miracolo a Le Havre all’ultimo L’altro volto della speranza. «I muri che mettiamo non solo dividono ma generano anche rabbia, vendetta, malumori. Da comune mortale, da cittadino che passeggia e osserva, quel tipo di rabbia mi addolora e mi indebolisce quando mi ci imbatto, ne sono spaventato. Raccontare dei corpi abbandonati a loro stessi è già stato fatto, da signori professionisti, noi abbiamo cercato qualcos’altro. Per smaltire un odio sociale radicato però ci vogliono anni, per cui bisognerebbe iniziare, piano piano, perché altrimenti diventa troppo difficile».
Le note finali della conferenza spettano ai produttori, per primo a Domenico Procacci di Fandango. «Con Andrea Salerno, allora direttore La7, abbiamo lavorato a quest’idea di partenza di Antonio che reputo davvero geniale. Trovo sia necessario raccontare grandi temi, non per forza in chiave drammatica, l’importante è che lo si faccia. Oltre che fare qualche risata e spegnere il cervello è pure bene, oggi, tenerlo acceso e ad affiancare alle risate delle riflessioni. Il film produttivamente è stato un’avventura importante e Rai Cinema ci ha sempre sostenuto».
Gli fa eco Paolo Del Brocco, amministratore delegato proprio di Rai Cinema: «Il punto, per noi, è credere in un artista come Antonio. A posteriori è facile, ma Qualunquemente non era un film semplice e siamo stati molto contenti dei risultati. Con L’intrepido andammo a Venezia e lì Antonio fece un lavoro straordinario. Il tema di Contromano è attualissimo e il Servizio Pubblico della Rai non può non dedicarsi a questi temi: il film che Antonio ci ha regalato anche da regista si lega molto alla nostra azienda e alla diversificazione della nostra proposta».
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