Ogni festival ha i suoi contrasti, ma poche cornici come Venezia riescono a restituire la vertigine di opere che si guardano da lontano e finiscono per dialogare a sorpresa. Nel giro di 24 ore, quest’anno siamo passati da un dramma intimo che fotografa la provincia italiana a fine anni ’80, a un biopic sportivo americano. Il Maestro di Andrea Di Stefano con Pierfrancesco Favino e l’atteso The Smashing Machine di Benny Safdie con al centro un Dwayne Johnson, mai così drammatico, sono due film opposti per lingua, budget e ambizioni, eppure entrambi condividono uno stesso aspetto, grazie al quale il cinema contemporaneo sta riscrivendo il racconto dello sport e, con esso, quello del fallimento umano.
Il film di Di Stefano presentato Fuori Concorso vede Favino nei panni di un allenatore di tennis che accompagna un giovane talento, interpretato da Tiziano Menichelli, tra tornei nazionali e viaggi estivi. Non c’è gloria però nel percorso dei protagonisti: si perde spesso, e si perde male. Ma proprio in quelle sconfitte si rivela la sostanza del film. Di Stefano ha raccontato: «Molte scene del film sono scene che ho vissuto veramente e che ho provato a riprodurre e reinventare – ha detto -. Siccome ho frequentato la sconfitta volevo raccontarne l’eroismo. Fare un film dove due sconfitti, uno nel presente e uno nel passato, si potessero guardare negli occhi e capire che la vita è arte, che possono continuare a ballare perché il giorno dopo c’è sempre la speranza». Favino ha aggiunto: «Credo mi sia capitato molto raramente di interpretare un personaggio così effettivamente sconfitto. Due sconfitti possono fare una vittoria. C’è un’ossessione sociale, anche un po’ narcisistica, rispetto all’idea che si debba per forza essere di successo per poter esistere al mondo. Il nostro film mostra che si può esistere e stare nel mondo anche se non si è il numero uno».
All’estremo opposto dello spettro produttivo, The Smashing Machine di Benny Safdie ha sorpreso con la metamorfosi di Dwayne Johnson, qui nel ruolo del campione di MMA Mark Kerr. Un uomo dilaniato da dipendenze e pressioni, simbolo della brutalità di un sistema che riconosce solo i vincitori. La sua interpretazione, accolta da 15 minuti di applausi e dalle lacrime dello stesso attore, si concentra proprio sui momenti più difficili di Mark Kerr, che ha definito «una contraddizione vivente: il più grande e allo stesso tempo il più gentile ed empatico». Anche in questo caso, si perde e si perde male, ma Johnson stesso ha specificato che questo è più una storia d’amore che un film sulla lotta.
Il vero punto d’incontro tra questi due percorsi, così distanti, sta proprio nella loro scelta narrativa: la sconfitta come materia viva. Non un ostacolo da superare in fretta per tornare a vincere, ma un’esperienza che plasma i personaggi e li rende più umani. È un rovesciamento rispetto alla cultura del successo che ha dominato l’immaginario collettivo: la vittoria come unica misura del valore individuale, il sacrificio a ogni costo, la retorica per molti versi tossica del “never give up”. A Venezia, invece, il fallimento diventa racconto, possibilità, occasione di verità.
Non è solo un dettaglio tematico, ma un segnale più ampio. Se lo sport è sempre stato metafora privilegiata del sogno americano e del mito del vincitore, oggi il cinema sembra interessato a ribaltarne i presupposti. Perdere non è più il tabù da cancellare, bensì il terreno su cui misurare la resilienza, l’identità, persino la tenerezza dei protagonisti. In tempi in cui la pressione sociale e mediatica alimenta ansia e diseguaglianze, raccontare la caduta diventa un gesto politico e culturale. Che si tratti di un campo da tennis o di un ring, questi film ricordano che la sconfitta, sullo schermo, può essere molto più rivelatrice della vittoria.
Il Maestro e The Smashing Machine, curiosamente, arrivano al cinema a stretto giro: il primo il 13 novembre con Vision Distribution, il secondo il 19 novembre con I Wonder Pictures.
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