Io credo in Bruce Willis
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Io credo in Bruce Willis

Ascesa, declino, ascesa e declino, dell'ultimo duro di Hollywood

Io credo in Bruce Willis

Ascesa, declino, ascesa e declino, dell'ultimo duro di Hollywood

Erano i tardi anni ’80.

Nella fascia preserale della Rai era arrivato un nuovo telefilm (all’epoca ancora non si parlava di “serie”) intitolato Moonlighting a raccogliere la pesante eredità di Miami Vice. La serie era una raffinata miscela di giallo e commedia con alcune originali soluzioni metalinguistiche, nel cast c’era la bella e brava Cybill Shepherd (un volto già conosciuto) e un tale Bruce Willis, un attore mai visto prima di grande fisicità e graziato da un sorrisetto ironico. Io della serie avevo guardato solo qualche episodio distrattamente. Era trasmessa dalla Rai e questo bastava al saccente ragazzetto che ero per classificarla come “una noiosa roba da vecchi”. Mi sbagliavo, e di grosso, ma l’avrei scoperto solo qualche tempo dopo, quando in piena “Bruce Willis Mania”, avrei recuperato tutto quello che l’attore aveva fatto. Sempre in quegli anni, nelle sale arrivarono due pellicole di Blake Edwards, Appuntamento al buio e Intrigo a Hollywood, tutte e due con Bruce Willis.

Non vidi nemmeno quelle perché, per quanto stimassi enormemente il lavoro di Edwards, mi sembrava che avesse fatto il suo tempo come autore e che le sue commedie fossero prodotti datati in quegli anni di cinema action. Mi sbagliavo di nuovo perché si trattava di due film deliziosi che avrei poi recuperato con gran gusto. Nel 1988 uscì Die Hard. Anzi, no: uscì A un passo dall’Inferno, titolo scelto inizialmente dai distributori italiani per la pellicola e poi cambiato frettolosamente (non prima di una limitata distribuzione) a causa di un altro film chiamato nello stesso modo. Die Hard arrivò nelle sale italiane con un lancio minimo. Nessuno si aspettava nulla dalla pellicola (nonostante l’ottimo esito in USA e in Inghilterra) perché non c’era nessuna faccia realmente nota per il pubblico italiano e il massimo che si poteva dire del regista è che era “quello che ha diretto Predator”.

A me Predator era piaciuto un sacco e quindi feci di tutto per vedere il nuovo film di John McTiernan. E non ci riuscii, perché non solo lo davano in appena una manciata di cinema ma rimase in cartellone per pochissimo. Per riuscire a gustarmelo dovetti comprare una tremenda VHS pirata con l’audio gracchiante che recava ancora il primo titolo scelto dalla distribuzione. Da quella tragica visione in poi, A un passo dall’Inferno divenne uno dei miei film più amati di sempre e Bruce Willis il mio action hero d’elezione. Non mi persi più nessuna delle sue cose e quando nelle sale arrivò L’ultimo boyscout, in cui il mio attore feticcio interpretava un ruolo scritto dal mio sceneggiatore preferito (Shane Black) e veniva diretto da uno dei miei registi del cuore (Tony Scott), quella che prima era solo una fortissima passione divenne una vera e propria fede. Io credevo in Bruce Willis, e non lo mettevo in discussione.

A quel punto poco mi importava che, ogni dieci dei suoi film, uno era bello e nove imbarazzanti, perché quello bello era bello davvero, e bastava a cancellare il ricordo di tutti gli altri e ad alimentare il suo status di divo assoluto. Non ci credete? Allora fate questo esperimento: vi ricordate di pellicole come L’ombra del testimone, Impatto imminente, Genitori cercasi o Il colore della notte? Scommetto di no. Ma sono certo che non farete alcuna fatica a recuperare dai vostri cassetti della memoria le immagini di Pulp Fiction, L’esercito delle 12 scimmie, Il sesto senso o Armageddon. Perché Willis ha dalla sua un fascino e un carisma propri della vecchia Hollywood più che dei (bravissimi) antidivi moderni alla Ryan Gosling. In lui rivivono la durezza romantica di un Humphrey Bogart e il cinismo dolente e sonnacchioso di Robert Mitchum, il tutto spolverato da un’ironia da crooner, degna del miglior Sinatra cinematografico e dalla scanzonatezza di Steve McQueen.

È un attore più grande della vita, fatto per diventare un role model per maschi in cerca d’identità. Non è un caso che io, da ragazzino, abbia comprato il mio primo pacchetto di sigarette “per fumare come Bruce Willis”; e che ancora oggi sia convinto che il cielo è azzurro, l’acqua bagnata e i predatori siano sempre in agguato. E non è un caso neppure che il suo valore non sia dato tanto dalla somma dei film che ha interpretato (troppi e troppo spesso mediocri) o dal fiuto con cui li ha scelti (discutibile) o dall’acume con cui si è gestito (prossimo allo zero, basti vedere l’ottusità con cui ha abbandonato il progetto dei Mercenari del suo amico ed ex- socio Sylvester Stallone) o dal suo impegno professionale (spesso scarso), perché per ogni crepaccio in cui si è infilato, Bruce Willis ha poi ritrovato una vetta, spesso inaspettata, di straordinaria luminosità. E anche in questi anni di produzioni di seconda e terza fascia, e di discutibili pubblicità televisive, è bastato rivederlo per un attimo nei panni di David Dunn nel finale di Split. Ora arriva nelle sale il remake di Il giustiziere della notte e Willis torna sugli schermi nel ruolo del Dr. Paul Kersey, che già era stato di un altro duro dal cuore d’oro di Hollywood, Charles Bronson. Sembra una parte perfetta per lui. E io, come sempre, ci credo.

Qui di seguito l’illustrazione che Roberto Recchioni ha realizzato per il numero di marzo di Best Movie, disponibile in edicola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto: © Roberto Recchioni

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