Da sconosciuta a star di Hollywood: intervista a Brie Larson
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Da sconosciuta a star di Hollywood: intervista a Brie Larson

Ha ventisei anni, il volto pulito e un talento genuino la frontrunner di questa award season. Room, la storia di una madre coraggio e di suo figlio che ha commosso le platee dei Festival di Toronto e di Roma, le ha spalancato le porte di Hollywood. E, forse, dell’Oscar

Da sconosciuta a star di Hollywood: intervista a Brie Larson

Ha ventisei anni, il volto pulito e un talento genuino la frontrunner di questa award season. Room, la storia di una madre coraggio e di suo figlio che ha commosso le platee dei Festival di Toronto e di Roma, le ha spalancato le porte di Hollywood. E, forse, dell’Oscar

C’è un nome nuovo che spunta quest’anno in zona premi tra le abbonate alle nomination come Jennifer Lawrence e Cate Blanchett, ed è quello di Brie Larson, la cui performance nell’applauditissimo Room di Lenny Abrahamson (vincitore al Toronto Film Festival 2015 del Premio del Pubblico), dove recita fiaccata e imbruttita il ruolo di una giovane segregata da sette anni in una piccola capanna da un misterioso aguzzino, ha lasciato tutti senza fiato. Imprigionata e ripetutamente violentata, la donna dà alla luce un bambino (l’enfant prodige Jacob Tremblay), che cresce in cattività fino al quinto compleanno, ovvero il momento in cui il film inizia. Come si racconta il mondo intero a un figlio che non è mai uscito da una stanza? La Larson, anche cantante, si era già fatta notare nel dramma inedito in Italia Short Term 12, e la vedremo prossimamente in un progetto più leggero, ovvero il blockbuster Kong: Skull Island accanto a Tom Hiddleston.

Best Movie: Hai letto il racconto da cui il film è tratto, Stanza, letto, armadio, specchio di Emma Donoghue?
Brie Larson: «Sono una di quelle persone che leggono anche quattro romanzi alla volta. Mi mandarono Stanza, letto, armadio, specchio un anno fa, dicendomi che ne erano stati comprati i diritti per una trasposizione cinematografica, ma che dovevo semplicemente godermi la storia visto che, essendo una sconosciuta, non avrei mai avuto l’opportunità di essere presa come protagonista. Mi sono follemente innamorata del libro, del piccolo Jack e di Ma’. La prova della bravura della scrittrice, che racconta la storia dalla prospettiva di Jack, è che riusciamo a cogliere bellissimi frammenti in quella che sarebbe una situazione tragica e terribile, vedendola attraverso i suoi occhi innocenti».

BM: Come sei stata scelta da Abrahamson?
BL: «Lenny mi aveva vista in Short Term 12, e mi ha chiesto di prendere un caffé; il nostro doveva essere un incontro molto breve, invece siamo stati lì quattro ore. Piangevamo e ridevamo, ci siamo mostrati foto dei nostri cani, lui mi ha fatto vedere quelle dei suoi figli. Inoltre, Lenny sa parecchio dell’arte del racconto e della mitologia, come me, quindi siamo riusciti immediatamente a visualizzare tutti i temi del film ed è stato ovvio che la nostra sarebbe potuta diventare una forte collaborazione».

BM: Tu non hai figli, eppure interpreti una madre: hai avuto qualche difficoltà a immedesimarti?
BL: «No, non è così difficile immaginare di essere una madre. Quando ami l’umanità e la vita, è molto facile. Se ti importa di ogni essere vivente, diventa semplice sentirsi protettiva verso un ragazzino così meraviglioso e brillante come Jacob».

BM: Visto che tu stessa sei stata un’attrice bambina, hai dato qualche consiglio a Jacob?
BL: «Non me ne ha chiesto nessuno. E mi sono detta – per me questa è una regola ferrea – che non gliene avrei dato nessuno a meno che non fosse stato lui a farmi domande. In quel caso gli avrei risposto semplicemente di essere se stesso. Jacob riesce a non rimanere attaccato a tutte queste cose, e spero sia qualcosa che permarrà. È un vero attore, non un bambino che dovevamo spingere o manipolare per farlo recitare. Ha compreso perfettamente il suo personaggio e il tema del film, ed è riuscito anche a improvvisare».

BM: Come mai hai deciso di non dargli consigli a meno che non te ne avesse chiesti?
BL: «Io sento che la vita è un enorme gioco a nascondino, e se dai consigli alle persone, gli togli il divertimento, perché intralci la loro opportunità di imparare qualcosa da sole. I momenti in cui ho capito da me cosa dovevo fare sono da sempre stati i miei preferiti, e non vorrei mai mettermi in mezzo all’orgoglio di qualcun altro».

BM: Come ti sei relazionata allo stato psicologico di questa giovane donna?
BL: «Ho passato molto tempo parlando con un consulente di traumi adolescenziali, il dottor John Briere, professore di psichiatria. Ho incontrato molte donne che hanno vissuto un abuso sessuale, e sapevano come spiegarmi ciò che hanno passato. Ma quel che credo renda potente questo film è la sua natura universale, non tanto i fatti specifici. Io, poi, non sono una persona che ha avuto una vita tutta rose e fiori, ho combattuto le mie lotte personali e superato un’infanzia difficile».

Leggi l’intervista completa su Best Movie di febbraio, in edicola dal 26 gennaio

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