Le guerre hanno armistizi ma non date di scadenza, e alcuni pezzi di grande giornalismo e grande cinema sono nati scovando vendette e ritorsioni avvenute teoricamente fuori tempo massimo.

Land of Mine racconta un pezzo di storia danese finora sconosciuto (anche nel paese in cui è accaduto), collocato a partire dal maggio del 1945, quando i plotoni di soldati nazisti stavano abbandonando il paese che avevano occupato per cinque anni e tentando di tornare in patria. In quel momento sulle coste sabbiose della Danimarca erano ammassate oltre 2 milioni di mine antiuomo, un numero talmente enorme da non sembrare vero, perché i tedeschi erano convinti che gli Alleati avrebbero scelto il Nord Europa per il loro sbarco e la loro offensiva.

Un certo numero di giovani nazisti – parliamo di ragazzi in età da liceo – vennero allora intercettati dalle truppe danesi, portati sulla costa e addestrati allo sminamento. Dovevano neutralizzare una media di sei mine all’ora, un numero che dopo i primi decessi salì a otto. Strisciavano nella sabbia con un bastoncino di metallo – le mine erano posizionate venti centimetri sotto la superficie – e quando incontravano una resistenza iniziavano a scavare. Dovevano svitare il tappo della bomba e rimuovere l’innesco senza farsi prendere dalla frenesia, o lasciare cadere un pugno di sabbia di troppo.

Land of Mine si concentra su questo gruppo di 14 ragazzi e sul sergente che organizzava le loro operazioni. È un piccolo miracolo, perché ha un impianto da educational movie (andrebbe proiettato nelle scuole, è perfetto), ma anche una suspense senza tregua, soprattutto nella prima parte, durante l’addestramento, visto che per quasi tutto il film i protagonisti sono letteralmente sul punto di saltare in aria. Bisogna in pratica pensare a un incrocio tra The Hurt Locker e L’attimo fuggente. Senza contare il valore documentario, e il ribaltamento di ruoli tra vittime e carnefici (qui i Nazisti sono ragazzi mandati al macello), che è un esercizio intellettuale sempre salutare.

Mentre alcuni dei militari di rango più alto compiono soprusi che sfiorano la tortura, tra il sergente e i ragazzi che sopravvivono si delinea giorno dopo giorno un rapporto di paternità acquisita, apolitica, che si ferma su due o tre istantanee che ti spezzano il cuore; come quando uno dei più giovani – poco più che un bambino – la sera dopo aver perso un amico, dice all’uomo che lo osserva sfinito: “A casa mia tutto è distrutto: vorrei tornare, e fare il muratore”.

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