Robert Rodriguez, terzo di dieci fratelli, mezzo messicano, cresciuto lontano da qualsiasi comodità tra le polveri di San Antonio, Texas, è uno di quelli che ce l’ha fatta perché la vocazione non gli ha mai dato tregua. Una passione alimentata da una madre sognatrice che lo portava in città a vedere i film di Chaplin, Buster Keaton e Sergio Leone. Oggi, a 46 anni e a 22 dall’esordio fulminante con il western-noir El Mariachi, a Hollywood è ancora un indipendente di lusso, specializzato in fiabe grottesche e in una forma di exploitation stilizzatissima: una specie di teorico del trash (Dal tramonto all’alba, film e serie; i due Machete), ma anche del cinema per ragazzi fuori dagli schemi (la saga di Spy Kids). Dieci anni dopo la prima puntata, torna a far coppia con Frank Miller per il secondo viaggio tra le strade di Basin City, la città del potere corrotto e dell’amore che ti colpisce a tradimento.
«Mi sono divertito così tanto con questo secondo film che non vedo l’ora di farne un altro, ma bisognerà vedere come reagisce la gente e quanto tempo Frank Miller ci metterà a scriverlo. Anche dopo il primo mi disse che in pochi mesi lo avrebbe fatto, ma ci ha messo quasi dieci anni».

Hai riunito quasi tutto il cast originale.
«È una cosa che mi ha inorgoglito: praticamente tutti i grandi attori che avevano lavorato nel film precedente hanno accettato di lavorare a questo, nonostante il budget limitato. Ma ci sono anche molte facce nuove».

Stesso cast, stesso regista, stessa fonte di ispirazione. Differenze?
«Nel film precedente le cose che potevamo fare con il green screen e gli effetti digitali erano limitate rispetto a ciò che si può fare oggi. E poi rispetto al primo, dove temevamo che la visione di Frank sarebbe potuta apparire troppo bizzarra al pubblico, qui siamo andati a tutta velocità e abbiamo dato agli spettatori la visione integrale di Miller. Cioè non adattare un fumetto al grande schermo, ma portare il fumetto sul grande schermo, così come era».

Il look del film è ancora più originale: ha a che fare con quello che ci hai appena detto?
«Sì, ci siamo semplicemente avvicinati al graphic novel. E poi l’aggiunta del 3D secondo me è fondamentale, perché con una realtà così astratta, scarna, risalta tutto molto di più. Ci sono film dove non si sa dove guardare, mentre in questo caso è tutto rarefatto, tutto ridotto al minimo». […]

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