Danny Boyle è passato da Roma per raccontare il suo T2: Trainspotting, sequel del suo film cult del 1996 che sarà proiettato in anteprima europea al prossimo festival di Berlino a ventun anni di distanza dal film originale. Il regista di The Millionaire ha incontrato in mattinata i giornalisti presso un locale in disarmo, ironicamente molto in linea con le ambientazioni disastrate del primo film, a Roma, non lontano dal MAXXI, il museo d’arte contemporanea nel quale in serata ha anche tenuto una masterclass sul suo cinema e la sua carriera che ha interessato e acceso gli animi del tanto pubblico presente. Boyle somiglia un po’ al suo cinema, nel parlare di sé e del proprio lavoro: fluido, dinamico, ammiccante, efficiente esattamente come i suoi film.
Riprendendo le vicende di Renton, Sick Boy, Spud e Begbie a vent’anni di distanza dal primo Trainspottting, gli autori hanno assecondato un sondaggio proposto al pubblico dalla Sony prima di iniziare le riprese, come dichiara lo stesso Boyle: «Tutti erano d’accordo sul fatto che avrebbero voluto i quattro protagonisti maschili principali del vecchio film, una colonna sonora altrettanto bella e sapere che fine avesse fatto Kelly MacDonald. Purtroppo nessuno ha chiesto che ci fosse anche lo stesso regista! La musica che c’è nel nuovo film spesso remixa pezzi vecchi già presenti nel primo film, utilizzati in maniera diversi, ai quali abbiamo accordato grandissima importanza. Del film precedente in T2: Trainspotting c’è solo un minuto in totale, degli spezzoni inseriti qua e là anche in base ai ricordi che sono tornati in mente agli attori sul set del sequel, come quando Rent scappa da Begbie e si arrampica con lo stesso gesto di quando usciva dal water nel film del’ 96. Non volevamo un film soffocato dalla nostalgia, ma un film sul tempo che passa che entrasse in dialogo attivo col precedente”.
Boyle si sofferma anche sul lavoro fatto con Irvine Welsh, scrittore scozzese autore del romanzo omonimo da cui fu tratto il primo Trainspotting e anche di Porno, il sequel delle vicende del quartetto di sbandati al quale si ispira lo stesso T2: «Ho fatto dei cambiamenti anche sostanziali rispetto al suo libro, che Irvine ha accettato di buon grado. All’inizio avevamo fatto un adattamento più fedele, ma non era granché, sembrava un sequel come tanti altri, solo 9 o 10 anni dopo la prima storia, come nel libro. Noi, invece, volevamo un tocco più speciale e così ci siamo rimessi al lavoro, allargando la forbice a vent’anni. Abbiamo aspettato e corso il rischio che il film non si facesse affatto. Per gli studios potevamo anche rifarlo uguale al primo, sarebbe stata anche più immediata la garanzia di un successo dal loro punto di vista. Quel che contava però è cosa successo ai personaggi in questo lasso di tempo, in modo che gli spettatori pensino anche a cosa è capitato a loro, nel frattempo. Renton nel film dice di avere quarantasette anni e di sentirsi fottuto. Ci sentiamo tutti così, più o meno. Il copione scritto da John Hodge parla di come la mascolinità reagisce a tutto questo. Con disillusione».
Una disillusione che non può non avere a che avere anche con la politica e con lo spirito del tempo che è mutato, rispetto al primo film, anche se a tal proposito Boyle glissa: «Il mio non è un film politico. I miei personaggi si muovono in una bolla, non stiamo certo parlando di un film di Ken Loach. La mia è una realtà aumentata, dove però serpeggia ugualmente la delusione per ciò che non è stato, per i sogni che non si sono realizzati. In un certo periodo della nostra vita siamo stati tutti come i personaggi del film: spavaldi, ribelli, invincibili, alle prese con una vita disordinata e caotica. Facevamo sesso senza protezione e ci sentivamo invincibili perché sentivamo che ce la saremmo cavata in qualche modo, che l’avremmo spuntata comunque. Ma al tempo non gliene frega niente di te, e devi farci i conti. Le donne sono più brave a fare i conti col tempo che passa, gli uomini molto meno. Alcuni rimangono ventenni per sempre. La vera droga, oggi, è comunque ancora la giovinezza. Anche se instabile e precaria».
Parlando del resto della sua fortunata carriera al pubblico romano, Boyle non si è poi risparmiato nel mettere in discussione il proprio lavoro, esprimendosi sull’eclettismo e sulla natura variegata dei suoi film: “Quando sei così fortunato da lavorare in continuità nell’industria del cinema devi spingere il masso di Sisifo verso territori inesplorati e sconosciuti, hai un obbligo verso il pubblico e devi onorarlo, per quanto mi riguarda, cercando di non ripetere mai te stesso. I film peggiori sono quelli in cui sei già troppo sicuro di quello che farai, è capitato anche a me di fallire in questo modo. Una giornalista inglese una volta mi disse che i miei film sono però tutti uguali, perché parlano sempre di personaggi che hanno difficoltà enormi e poi le superano. La mia è naturale empatia verso gli sfigati, indipendentemente da tutto ciò che sei emerge ed è dunque normale che la storia che racconti sia sempre la stessa. I miei tossicodipendenti hanno avuto così tanto successo forse perché non erano dipinti coi codici conformisti dell’epoca, ma possedevano una voce pura e irriverente, sboccata e graffiante. Le miei origini sono lontane da loro ma sono comunque operaie, anche se la mia famiglia ha fatto di tutto perché studiassi. Mi sento più vicino a questo tipo di persone emarginate e ai margini che ai circoli elitari e intellettuali britannici, che non frequento. Non perché ci sia nulla di male, ma perché semplicemente non mi ci trovo a mio agio”.
“Non mi piace ciò che è prevedibile – prosegue Boyle a ruota libera – e per me i romanzi migliori da portare sul grande schermo sono quelli considerati infilmabili, così com’era ritenuto Trainspotting a suo tempo. Anche quando lavoro con uno sceneggiatore non voglio un compitino da parte sua, mi piace ci sia un rapporto paritario e indipendente con miei collaboratori, dove tutte le forze stiano in gioco. Tutti gli ingredienti devono concorrere, anche se poi la voce che domina è quella del regista. Non mi piacciono infatti nemmeno gli attori intimiditi dalla mia esperienza e che vogliono a tutti i costi accontentarmi, preferisco degli interpreti che mi sfidino, in maniera produttiva e stimolante, che mi contrastino anche. Se non avviene questo, secondo me, la resa finale ne risente”.
Ma quali sono i tre migliori registi inglesi per Boyle, dovendo scegliere tra i suoi connazionali? Il cineasta britannico ha ben pochi dubbi: “Nicolas Roeg, Ken Loach, che in Kes ha girato la più bella scena di calcio di tutti i tempi e Sally El Hosaini, regista britannica di origini egiziane, uno dei nomi su cui scommettere per il futuro. Il suo My Brother, the Devil è meraviglioso. Dovrei girare una serie con lei come regista di alcuni episodi oltre ai miei, quest’estate a Roma. Spero anche di avere l’opportunità di migliorare il mio italiano!”.
Si chiude parlando di Brexit e non potrebbe essere altrimenti, perché il legame con l’attualità è troppo forte e dopotutto anche lo stesso Trainspotting è un film che parla, in maniera tutt’altro che cifrata, dell’identità scozzese: “La Scozia vuole stare nell’Unione Europea, di sicuro. In T2: Trainspotting, che avrà la prima europea a Berlino anche se è già uscito in Regno Unito, che però non è più Europa, c’è una scena dove i protagonisti chiedono un sussidio ai fondi europei per una sauna, che poi in realtà è un bordello. Clamorosamente riescono ad ottenerlo. Abbiamo discusso se tenere o meno quella scena e alla fine abbiamo deciso di girarla. Per non scontentare nessuno abbiamo tenuto tutte le bandiere all’esterno: la bandiera inglese, quella indipendentista scozzese e The Union Jack. Il 60% degli scozzesi ha votato per restare nell’Europa e secondo me appena ne avranno la possibilità loro ci torneranno. In fondo gli scozzesi preferiscono di gran lunga gli Europei, gli inglesi li odiano!”.
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