Capitolo 6 del Diario dal set di Dark Resurrection Volume 2, il secondo capitolo della saga realizzata da un gruppo di fan italiani di Star Wars. Ogni settimana in esclusiva per i lettori di Best Movie gli aggiornamenti del regista Angelo Licata riguardo alla lavorazione del “Guerre Stellari made in Italy”.

In un film senza effetti visivi digitali, tutto quanto è reale. Il lavoro dello scenografo consiste nel costruire, realmente, tutto quello che il regista e lo sceneggiatore hanno immaginato. Viene automatico comprendere che se occorre una gigantesca astronave, un pianeta alieno, o l’interno di un ambiente ciclopico come quello della Resurrection, la difficoltà dello scenografo raggiunge livelli impensabili sia per i costi proibitivi, sia per i tempi di realizzazione. In produzioni come Dark Resurrection il 100% degli ambienti è fantascientifico e alieno; per la realizzazione di luoghi così “fantastici” occorreva trovare soluzioni economiche che non compromettessero la qualità del film, il nostro obiettivo finale era l’assoluto fotorealismo. Ogni sequenza del film è stata studiata e previsualizzata: in questo modo, è stato possibile elaborare una strategia per renderla reale. Alcune volte, grazie al lavoro di Daniele Crociani si è ricreato tutto in digitale, ma il più delle volte è stato necessario uno “scenografo speciale”, che sapesse creare ambienti, creature e oggetti di scena assolutamente credibili e funzionanti! A capo del reparto Workshop, che lavora a Dark Resurrection, c’è Tommaso Ragnisco.
Vi lascio alla sua intervista:

Tommaso Ragnisco, responsabile della direzione artistica di Dark Resurrection

In cosa consiste il tuo lavoro in Dark Resurrection?
Tommaso Ragnisco: Mi occupo della direzione artistica, di tutta la produzione di concept art e della realizzazione delle miniature e degli elementi scenografici. Il lavoro nello specifico consiste, in primo luogo, nell’attenta analisi della sceneggiatura insieme al regista; per poi passare alla previsualizzazione attraverso gli artwork cercando di individuare le “scene chiave” all’interno del testo. Possiamo paragonare il ruolo che hanno queste scene a quello degli attori: le scenografie, le creature, gli oggetti devono essere in grado di “recitare” e chi li immagina e li rappresenta con disegni e sculture deve trasferire loro questa capacità. Le linee prospettiche, la cromia, le forme acuminate o gentili di un progetto scenico, agiscono secondo le regole della psicologia della percezione di uno spettatore, contribuendo in modo fondamentale alla riuscita di un film. Con Angelo Licata abbiamo identificato gli elementi e le scene più importanti, su quelle sono partito a disegnare. Il processo di lavoro consiste in molte verifiche e confronti (che io metaforicamente chiamo “ provini”) con il regista, viene fatto un vero e proprio casting, provino dopo provino si trova la giusta “FORMA” che deve recitare la sua parte. Nel caso di un film di fantascienza, deve essere tutto progettato. Un designer progetta una sedia sapendo come l’industria la può realizzare in serie, così, mentre disegno una scena, la immagino già in 3 dimensioni sapendo come e cosa costruire. Essendo un film no profit, il budget è praticamente inesistente rispetto alla mole di lavoro, ma questo non è un reale problema: è dai vincoli e dai limiti di un progetto che a volte si trovano soluzioni nuove e dalla maggiore forza espressiva. Durante questo lavoro mi sono trovato di fronte ad astronavi umanoidi e aliene, ad ambienti ciclopici e creature oscure (come per esempio i biodroidi) e tutto ciò mi ha reso felice!

I Biodroidi sono le creature aliene che si vedono anche nel trailer? Sono reali quindi? Come sono stati realizzati?
Tommaso Ragnisco: Partiamo dicendo che, anche con l’avvento dell’era digitale, tutto ciò che deve direttamente interagire con gli attori è molto meglio costruirlo. All’interno della nave Resurrection i nostri Cavalieri Jedi hanno uno spiacevole incontro con delle creature che si chiamano Biodroidi, bisognava realizzare dei costumi indossabili per avere in scena questi particolari personaggi. Per fare questo, a valle di un lavoro di concept approvato dalla regia e progettato per le nostre possibilità, mi sono avvalso di motivati e talentuosi collaboratori. Pensiamo che, per avere un effetto convincente in un caso analogo si sarebbe dovuto fare una scultura completa della creatura, realizzare degli stampi, per poi ottenere gli elementi in schiuma di lattice (materiale leggero e molto flessibile) da assemblare su un esoscheletro indossabile da un attore. Nel nostro caso non avevamo tutti i mezzi necessari, quindi ho approntato un’altra tecnica: ho usato tute di licra nere e ho scolpito piccole sezioni del corpo ricavandole in lattice prevulcanizzato con una sottile imbottitura di gomma piuma. La prima tuta del biodroide l’ho indossata personalmente, verificando così la mobilità per gli attori–stunt e la quantità di aria che arrivava all’interno. Dopo queste verifiche sono state eseguite delle modifiche, rendendo asportabile la calotta-testa della creatura per gli stop sul set abbiamo reso più semplice il lavoro degli attori. Devo dire che su determinate inquadrature la tuta funziona molto bene, mentre in altre sembra uscita da un film giapponese degli anni settanta, ma arrivati a questo punto… credo sia un meraviglioso paragone!

Per la nave aliena è stato usato un modello reale, ci puoi parlare della sua genesi?
Tommaso Ragnisco: Ho disegnato più versioni della nave Resurrection, ma l’indicazione principale data dalla regia era quella di un immaginario alla “Alien” in parte ispirato al noto pittore svizzero H.R. Giger. La nave doveva anche avere il “ telaio” di un’altra nave (presente in Dark Resurrection – Volume 1) e il risultato finale doveva essere una sorta di “modifica tecno-organica”. Il design che ne è derivato è di forte impronta organica, questo mi ha spinto a realizzare un modello reale dell’astronave. Per l’esattezza sono stai costruiti 3 modelli: Il primo era per testare i “beauty angle” della nave: la sua fotogenia, il profilo buono. Questo primo modello era grande solo una ventina di centimetri. Il secondo modello dalle dimensioni di 50 cm circa è stato realizzato per studiare meglio i dettagli della superficie. Per il terzo modello ho deciso che le dimensioni dovevano essere di circa 150 cm. Per realizzarlo mi sono avvalso di una tecnica di scansione laser del modello da 50 cm, per poi ottenerlo in polistirolo. Successivamente, ho modellato sulla superficie tutti i dettagli, ho organizzato una sessione di foto per ottenere i matte painting e le texture necessarie per realizzare un modello CG; tale esemplare è stato utilizzato nei i campi lunghi e per l’esplosione finale della nave.

Perchè alcune scene possono essere completamente digitali e ad altre occorre un modello reale?
Tommaso Ragnisco: Di sicuro, lo sviluppo negli ultimi 15 anni delle tecniche digitali ha rivoluzionato i processi produttivi di un film che fa uso di effetti speciali. Il ragionamento dal quale bisogna partire però, non si basa soltanto su digitale o reale (se così vogliamo definirli) ma dall’origine degli effetti speciali, cioè dall’analisi della loro storia. Facciamo un esempio metodologico: all’interno di una scena complessa con molti effetti non è detto che per realizzare lo stesso elemento si usi sempre la stessa tecnica. Una creatura può essere realizzata in digitale (per le scene di maggiore dinamica espressiva) o in modello reale (per i primi piani). Una scenografia può essere realizzata con un matte painting proiettato su degli elementi CG, o apparire realmente sul set (per la diretta interazione con gli attori). Alcune volte si costruisce una miniatura che viene ripresa con il motion control e resa viva da elementi CG, le persone che si muovono al suo interno, in campo lungo, vengono riprese separatamente su green screen, o vengono utilizzate controfigure digitali. Tutto questo ci fa capire che all’origine della progettazione di un effetto il metodo vincente è il mix: il giusto cocktail di tutte le tecniche a oggi utilizzate e messe a disposizione dal processo produttivo. Bisogna però ricordare che le corrette scelte tecnico-artistiche per la realizzazione di una scena con effetti speciali, sono sempre dovute all’equilibrio di tre elementi: il tempo, l’estetica e il denaro.

Si percepisce un’influenza di film molto diversi da Guerre Stellari, quali sono le fonti d’ispirazione?
Tommaso Ragnisco: Nel mio lavoro di progettista è importante documentarsi sui settori di mercato che si prendono a riferimento, una misura di confronto con le realtà esterne. Per quanto riguarda l’ispirazione cerco sempre di trovare un parallelismo tra i differenti settori di cui mi occupo: se devo progettare un prodotto d’industrial design penso al cinema e se devo progettare una scenografia fantascientifica penso all’industrial design. In sostanza, l’ispirazione a mio avviso deve essere decontestualizzata in modo da ottenere nuove e interessanti miscele.

Perchè realizzare una tale mole di lavoro senza trarne profitto alcuno?
Tommaso Ragnisco: Con le persone con le quali collaboro, parlo sempre di “due stipendi”: il primo è quello economico il secondo, altrettanto importante, è quello umano. Nella vita non si può pensare di fare tutto per soldi, con molta probabilità i progetti migliori nascono dall’unione di persone con la stesa passione, mosse dalla voglia di fare a prescindere dal riscontro economico. Molte persone aspettano che qualcuno le incarichi di realizzare qualcosa, il risultato è un prodotto artigianale, altre trovano da sole idee e progetti, quello che ne scaturisce è arte.

Come pensi che possa essere accolto un progetto come questo in Italia?
Tommaso Ragnisco: Quando nel 2001 ho scritto, realizzato e prodotto il cortometraggio Space Off insieme al regista Tino Franco, il nostro prodotto ha vinto il nastro d’argento e ha avuto una nomination al David. Tutte cose che fanno molto piacere, ma la notizia più rilevante non erano i premi ricevuti, ma il fatto di aver realizzato un prodotto di genere fantascientifico in Italia e più ironicamente in un vecchio casale in via della pisana a Roma. Un’opinione molto diffusa in Italia è che nel nostro paese si sia in grado di fare solo determinate tipologie di prodotti audiovisivi, di conseguenza, quando si realizza qualcosa di diverso, il primo commento è : «Non sembra fatto in Italia». In realtà la nostra storia cinematografica (non recente) dimostra il contrario e quindi la vera eccitazione non è solo fare un film di fantascienza, ma dire a tutti che è stato realizzato in Italia. Chiuderei citando un bellissimo film: «Si può fare!!»

Concept art del Biodroide

Resurrection: linfonodo

Stanza del tempio

Matte painting realizzato da Tommaso Ragnisco, l’immagine sembra essere ripresa da un’ottica grandangolare, tecnica che si utilizzava nei primi film di animazione

Matte painting realizzato con miniature composte in Photoshop

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