Non chiamatelo remake. Il Millennium – Uomini che odiano le donne in uscita il 3 febbraio (in 400 copie) è secondo il suo regista, David Fincher, quanto di più lontano da un rifacimento del primo adattamento di Niels Arden Oplev del romanzo di Stieg Larsson. Ed effettivamente la visione di Fincher e la scelta dei personaggi lo conferma. Solido film di genere, l’opera non muta di una virgola il plot originale che vede il giornalista Mikael Blomqvist (Daniel Craig) indagare sulla scomparsa, o forse l’omicidio, di una giovane rampolla svedese avvenuto 40 anni prima. A dargli una mano l’hacker Lisbeth Salander (la lanciatissima Rooney Mara, già con Fincher in The Social Network, e prossimamente al servizio di Terrence Malick in Flawless), problematica ventenne con un passato di violenze che l’ha segnata indelebilmente. L’adattamento di Fincher è innanzitutto un film sul rapporto che si sviluppa tra due persone apparentemente molto distanti come Lisbeth e Mikael.
Best Movie ha incontrato David Fincher a Roma in occasione dell’anteprima italiana del film.

Best Movie: Quando le hanno chiesto di girare un remake, come mai ha scelto di accettare?
David Fincher: «Questo non è un remake. Ho letto tutti i romanzi, visto i film e mi sono ripromesso di fare una cosa completamente diversa rispetto al primo adattamento. Sì, certo, il film è ambientato sempre in Svezia, perché credo che non avrebbe avuto senso girarlo negli Usa, visto che le radici della storia affondano in un altro territorio. Poi insieme allo sceneggiatore Steven Zailian abbiamo ricostruito i personaggi protagonisti».

BM: Quanto è stato difficile girare un giallo in cui l’identità dell’assassino è già nota a molti lettori e spettatori nel mondo?
DF: «Per me Millennium è prima di tutto un film che scava nel rapporto tra i due protagonisti piuttosto che una storia sulle malefatte di un serial killer. Ad interessarmi, più che i torbidi segreti di famiglia, era quella sintonia che si crea per miracolo tra Lisbeth e Mikael, una ragazza e un uomo che tessono una relazione complessa, paterna e sensuale insieme. Quel genere di alchimia in grado di ridargli fiducia e voglia di cambiare il proprio destino, nonostante tutto sembra essergli avverso. Millennium non parla né di nazismo né di quello che fanno alcune persone nello scantinato di casa, parla in primis di due persone che riescono ad aprirsi».

BM: Che tipo è davvero Lisbeth?
DF: «Prima di incontrare Mikael, è un’isola. Va in giro per il mondo con la speranza che la gente le stia lontano. Non è solo una che si veste come una punk, ha una sua complessità: è come il cubo di Rubick con tante facce diverse a comporre un tutt’uno».

BM: Il film però non è tenero con i suoi protagonisti e mostra anche diverse scene di violenza. Cosa pensa della violenza e del suo uso nel cinema?
DF: «La violenza è offensiva e disturbante, e non c’è bisogno di abusarne sul grande schermo. Anche perché non esiste niente di più scioccante di quello che l’immaginario di ciascuno spettatore può creare. Come regista la sfida è riuscire a dare a ognuno materiale sufficiente a far galoppare la sua immaginazione. Al contrario fare sfoggio della violenza trovo sia inutile e controproducente».

BM: Adotterà questo registro anche per i prossimi due capitoli?
DF: «Di sicuro è il modo in cui mi piace fare i film. Per i sequel non so. Non c’è ancora nessun accordo con la produzione, ma la mia agenda è libera (Fincher dovrebbe mettersi presto al lavoro anche su Ventimila leghe sotto i mari, un progetto sullo scacchista Bobby Fischer e un biopic storico su Cleopatra, NdR) ».

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