In occasione della presentazione di Deepwater – Inferno sull’oceano, diretto da Peter Berg, il protagonista Mark Wahlberg, che figura anche in veste di produttore, ci parla più approfonditamente di un progetto a cui si sente intimamente legato, volendo raccontare per il grande schermo uno dei più gravi incidenti petroliferi che la storia americana ricordi, nelle sale italiane dal 6 ottobre.

Sin dall’inizio avete impostato il progetto focalizzando l’attenzione sulle dinamiche dell’incidente che ha visto protagonista la piattaforma petrolifera Deepwater, preferendo le cause alle conseguenze? Perché non avete virato verso la forma documentario?

Mark Wahlberg: «Sì, sin da subito il lavoro mirava a far emergere le cause del disastro che colpì la Deepwater. Personalmente ho avuto tra le mani una sceneggiatura già pronta, a cui abbiamo apportato qualche modifica dopo aver conosciuto meglio Mike Williams, il sopravvissuto che interpreto nel film, questo per avere un racconto più diretto, reale, sentito. Nelle intenzioni degli Studios non vi era quella di produrre un documentario, ma un lungometraggio che analizzasse l’accaduto da un altro punto di vista perché la stampa all’epoca aveva affrontato esclusivamente la parte ambientale, il disastro ecologico, mentre noi volevamo raccontare la storia degli uomini e delle donne che si sono fatti coraggio e sono riusciti a darsi forza l’un l’altro, sopravvivendo, oltre a ricordare gli 11 che non ce l’hanno fatta».

Mark, tu dai voce e corpo a Mike Williams, il punto di vista primario attraverso cui la storia viene raccontata. Qual è stato il rapporto che hai impostato con il vero Mike? In che modo ti ha aiutato a far tuo il personaggio?

Mark Wahlberg: «Durante la preparazione ho potuto contare su Mike per qualunque cosa, qualsiasi dubbio avessi. Non avendo avuto accesso ad una vera piattaforma petrolifera su oceano perché c’è stato negato il permesso, non avrei saputo cosa il mio personaggio avrebbe dovuto fare per apparire efficiente nel lavoro se non avessi avuto Mike al mio fianco. Io sento il bisogno di capire che cosa fa esattamente chi sono chiamato ad interpretare e perché lo fa e lui mi ha permesso di poter rispondere a queste domande. Abbiamo speso un sacco di tempo insieme, siamo stati anche ad un centro di formazione su terra per le perforazioni petrolifere e Mike mi ha fatto da guida. Inoltre mi sono guadagnato la sua fiducia: per lui è stato importante comprendere quanto io e la mia squadra tenessimo al progetto, ad una rappresentazione il più possibile veritiera e, una volta toccato con mano l’accurato lavoro che stavamo portando avanti, anche lui ha tratto beneficio dalla nostra vicinanza, si è aperto e mi ha dato tutto se stesso».

Osservando le scene in cui i personaggi, intrappolati sulla piattaforma in fiamme, cercano di sfuggire al destino di morte che sembra presentarsi loro davanti, esse richiamano modalità di rappresentazione tipiche dei film di guerra. È stato intenzionale?

Mark Wahlberg: «Chi lavora su una piattaforma petrolifera indubbiamente esercita una professione pericolosa, tuttavia non dovrebbe mai accadere quello che è successo. Il modo in cui hanno reagito tutti i 126 che si sono trovati a fronteggiare una situazione così estrema è stato incredibile perché si sono uniti e hanno cercato non solo di salvarsi, ma anche di fermare il disastro. Noi abbiamo tentato di rendere quel pathos crescente quasi simulando scene da war movie. Quando ci rivolgiamo a Mike Williams chiamandolo “eroe”, si sente quasi a disagio perché ritiene che chiunque avrebbe cercato di salvare non solo se stesso, ma anche gli altri se fosse stato nei suoi panni, ma io credo che sia stato estremamente coraggioso e abbiamo cercato di infondere quel coraggio all’interno del film, essendo per noi fonte di ispirazione».

Deepwater è a tutti gli effetti un disaster movie, quali sono le caratteristiche per produrre un efficace film appartenente a questo genere?

Mark Wahlberg: «Per noi è stato fondamentale concentrarci sui personaggi, far emergere le loro personalità attraverso un’attenta fase di sviluppo. Fortunatamente gli Studios hanno accolto questa scelta e devo ringraziarli perché hanno puntato su un film che non è affatto semplice. Era di primaria importanza presentare le persone che si trovavano realmente sulla piattaforma il 20 aprile 2010, spigare cosa facevano e il pericolo che correvano, solo in questo modo lo spettatore avrebbe fatto il tifo per loro, si sarebbe immedesimato e avrebbe temuto davvero per le loro vite. Non volevamo fare un disaster movie che contasse solo su action mista ad effetti speciali, sentivamo che era necessario far conoscere quelle persone al pubblico, puntare sull’aspetto umano».

 

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