Sulla Terrazza coperta in cima al Palais des Festival, il canadese Denis Villeneuve si sente a casa. È la quinta volta che presenta un film da queste parti, e ancora non gli è mai toccata la seccatura di affrontare ululati di disapprovazione della stampa. Lui ha l’aria di tenerci, probabilmente anche più di quanto gli interessino le opinioni di una parte dell’industria hollywoodiana, viste l’attacco frontale che riserva ai film di supereroi quando gli dico che ultimamente gli Studios stanno sfornando ottimi film, e cito Mad Max: Fury Road e Inside Out.
«Non mi sento di parlare dello stato dell’industria in generale, però c’è un aspetto particolarmente pesante, ovvero il trend dei film sui supereroi. Quando fai il casting per un film come il mio, devi prima considerare quali cinecomic usciranno quell’estate. E se escono Avengers e X-Men, tu sai già che il 75% degli attori coinvolti non sono più disponibili. È folle la quantità di talenti che sono risucchiati da questi film enormi, che per me sono equiparabili a un tipo diverso di pornografia. Niente storia, e tantissimi effetti speciali».

Best Movie: Senza eccezioni?
Denis Villeneuve: «Beh quello che Nolan ha fatto con Batman è unico, per il resto li trovo abbastanza noiosi e spero che in America si torni presto a storie fresche e più originali».

BM: Parliamo di Sicario. Il Messico sembra un posto da incubo. Quanto è accurata la rappresentazione che ne fate?
DV: «L’impatto della violenza sulla gente non è esagerato, anzi. Il nord del Messico è un zona estremamente violenta, e in particolare Juarez è stata ben nota per anni per essere la città più pericolosa al mondo. Il comportamento degli Stati Uniti, il modo in cui è dipinto nel film, è invece pura fiction, diciamo che è uno scenario plausibile. Se tu chiedi all’FBI se loro utilizzano l’esercito alle volte in Messico, come a me è capitato, loro rispondono “No comment”».

BM: Juarez, all’arrivo dei protagonisti, sembra una città di morti viventi.
«È interessante che tu me lo dica, perché quello è l’intento con cui la scena era stata scritta, ma in realtà io ho tenta di essere in un certo senso rispettoso e legato alla realtà, e di dare l’idea che comunque lì la vita continua, si vedono un sacco di persone normali che passeggiano, e ho mostrato dei ragazzi che giocano a palla. Poi certo, c’è quella scena con i corpi appesi, ed è una cosa che è effettivamente capitata, più di una volta. In quelle zone c’è un contrasto molto forte e molto immediato tra la vita di tutti i giorni e queste forme di violenza bestiale, con i cadaveri per strada».

BM: La scena fra l’altro è lunga, c’è questa carovana di fuoristrada neri americani e noi osserviamo il panorama dai finestrini. Saranno quasi dieci minuti.
DV: «È molto eccitante per me cercare di costruire la suspense attraverso la lentezza e il silenzio. È come mostrare il pelo dell’acqua facendo capire che sotto c’è uno squalo».

BM: È interessante il modo esplicito ma non grafico con cui mostri la violenza nei tuoi film.
DV: «Cerco di mostrare il meno possibile, mi concentro sull’impatto della violenza sulle persone, sia chi la perpetra, sia chi la subisce. Quindi devo rappresentare abbastanza perché il pubblico senta l’effetto di quella violenza, ma non tanto da farlo diventare uno show».

BM: Quando l’FBI fa irruzione nel deposito dei narcotrafficanti, in piena notte, non vediamo mai i “cattivi”. Come mai?
DV: «In quella scena abbiamo deciso, insieme con il direttore della fotografia Roger Deakins, di mantenere sempre il punto di vista di Kate, il personaggio di Emily Blunt, che restando nelle retrovie non vede mai il nemico direttamente. Pensavo che fosse stilisticamente più interessante e originale lavorare con l’oscurità e con il suono, cercando di mantenere lo stesso impatto».

BM: Uno dei tuoi prossimi progetti confermati sarà il sequel Blade Runner. Pensi che avrai la necessaria libertà artistica per farne un “film d’autore”?
DV: «Questa è la questione. Perché io riesco a lavorare solo se ho la libertà che mi serve. Ho accettato il progetto dopo aver letto la sceneggiatura. E  mi fido delle persone che ci sono dietro perché sono le stesse di Prisoners. E quello era il mio primo film americano, ero in una posizione di vulnerabilità. Loro si sono presi cura di me, in un certo senso mi hanno protetto dalle pressioni esterne, dicendomi sempre “Fai il tuo film”.
Fare il sequel di Blade Runner è una cosa enorme, non puoi fallire, e l’unico modo che conosco per avere successo è seguire il mio cuore. Se non andasse così, rinuncerei».

BM: Il look sarà simile a quello inconfondibile del capostipite?
DV: «Allora, il film deve essere fedele al primo, e allo stesso tempo deve avere la sua identità. E il fatto che ci sia Deakins non è un caso, siamo entrambi molto eccitati dalla sfida».

BM: Com’è stato incontrare Harrison Ford?
DV: «Sono rimato molto impressionato e anche emozionato dall’incontro con lui, dalla sua sensibilità e apertura verso il prossimo. Non l’avevo mai incontrato prima. Era un eroe della mia infanzia, e quando abbiamo parlato assieme di Blade Runner 2 eravamo davvero sulla stessa linea».

BM: Quali sono i tuoi sci-fi preferiti?
DV: «Ci sono tre film di fantascienza che sono nella mia Top 10 di tutti tempi: 2001 Odissea nello spazio, Blade Runner e Incontri ravvicinati del terzo tipo. E ora girerò in sequenza due film con sceneggiature pazzesche che hanno a che fare con questi titoli, ovvero Story of your Life, con Amy Adams e Jeremy Renner, e il sequel di Blade Runner, quindi sono molto contento».

BM: Di che parla Story of your Life?
DV: «Di una linguista che viene contattata dall’esercito degli Stati Uniti per decifrare le comunicazioni di una popolazione aliena che è appena atterrata sulla Terra».

Foto: Black Label Media/Thunder Road Pictures/01 Distribution

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