Denis Villeneuve a Roma presenta Blade Runner 2049

La febbre per Blade Runner 2049, sequel del leggendario film di fantascienza diretto da Ridley Scott nel 1982, non potrebbe essere più alta. Il regista Denis Villeneuve, che si è caricato sulle spalle la sfida rischiosissima ma allo stesso tempo sensazionale di riportare in vita i personaggi del romanzo di Philip K. Dick Il cacciatore di androidi, è passato da Roma per presentare il film all’interno di un panel organizzato dalla Warner Bros., sul quale torneremo ancora in seguito.

Il cineasta canadese ha parlato del suo nuovo, attesissimo lavoro presentandolo a tutto tondo: rilassato, ironico, estremamente consapevole di ciò in cui si è imbarcato ma anche delle proprie qualità e dei mezzi a sua disposizione, l’autore di Sicario e Arrival è parso affabile e risoluto, un filmalker coltissimo e disinvolto, dalle idee solidissime e dall’immaginario altrettanto granitico, come si conviene a un uomo di cinema del suo calibro e come dopotutto si evince da tutti i suoi film.

Parlando di Blade Runner non si può non partire da una domanda: chi sono per te i replicanti? 

Sono degli esseri artificiali e sintetici, che sono stati progettati per essere degli schiavi per poi sfruttare altri pianeti al di fuori del sistema solare. La maggior parte di coloro che si muovono nello spazio sono poi portati a voler vivere su altri pianeti, ma è come in Frankenstein, è impossibile non rispecchiarsi in queste creature: i replicanti hanno dei comportamenti particolari, certo, sono vietati dalla legge ma sono estremamente simili agli umani.

Quello di Blade Runner 2049 sarà mondo più oscuro, più inquinato, più digitale? Che tipo di universo dobbiamo aspettarci?

Chi conosce il primo Blade Runner troverà qualcosa di diverso nel mio film. All’epoca del film di Ridley Scott si immaginava un futuro con dei risvolti da incubo, ma il risultato è stato anche peggiore. Le cose non sono andate per il verso giusto e chi sopravvive lo fa in condizioni orribili. L’oceano si è alzato e la città di Los Angeles si è dovuta proteggere con muro. Riguardo al digitale: Internet non è una bella cosa per noi sceneggiatori, perché sappiamo bene che non c’è nulla di più noioso di vedere un poliziotto seduto a una scrivania che cerca degli indizi in un computer. Perciò abbiamo messo in campo questo impulso elettromagnetico che porta alla distruzione di tutti i dati e costringe a ritornare al mondo analogico. Per quanto mi riguarda inviterei a riflettere su questa fragilità dell’universo digitale contemporaneo, che è intrinseca al nostro tempo. Il mio agente K, interpretato da Ryan Gosling, proprio per contrapporsi a tutto ciò deve muoversi nel mondo, sporcarsi le mani per strada, andare in giro.

Il nuovo Blade Runner 2049 è in mano a due canadesi: te e Ryan Gosling.

Ridley Scott ha subito pensato a Ryan Gosling, era entusiasta dell’idea che fosse lui il protagonista nei panni dell’agente K. Quando ho letto la sceneggiatura ho trovato fantastica questa possibilità, lui è il migliore e nessuno poteva farlo se non lui. Ho chiamato Ryan e abbiamo concordato che nessun altro poteva farlo se lui non avesse accettato. Non aveva mai fatto film di questa portata, c’era una grande responsabilità, ma ha letto la sceneggiatura e se ne è innamorato, ha accettato spontaneamente, non ho dovuto fare una grande fatica a convincerlo. Nel suo ruolo c’è solitudine, siamo dalle parti di un thriller che traccia delle traiettorie esistenziali dopotutto, ma non voglio dire di più di K per non rovinare la sorpresa!

Cosa ti piace così tanto di Gosling?

Io amo gli attori che non fanno gli attori, amo gli attori che sono il personaggio. Davanti a una cinepresa un attore come Clint Eastwood per esempio porta la sua presenza, porta senso senza nemmeno battere ciglio. Nel caso di Ryan si trattava di qualcuno che ha il carisma necessario per realizzare questo obiettivo, come faceva Harrison Ford a suo tempo. Ryan è un artista straordinario, ogni inquadratura del film pesa sulle sue spalle e avevo bisogno di un attore forte, ce ne sono pochi come lui. Questo è un po’ come un film d’epoca, ho scelto le comparse a una a una tra tutti quelli che si sono presentati, perché non tutti potevano essere adatti a quel tipo di universo.

Il tuo film, a giudicare dalle prime immagini che abbiamo visto, pone delle sfide estetiche notevoli. A cominciare dall’uso del colore giallo…

Il primo film, come tutti sanno, da questo punto di vista ha lasciato il segno nella storia del cinema. Ci volevamo delle atmosfere cupe, fumose, che volevamo riprodurre in maniera analoga al primo film, ma con tanta malinconia e sentimenti profondi, molto forti. Volevo riproporre lo stesso tipo di ambiente, lo stesso quartiere di Los Angeles che nel frattempo è peggiorato, e ci tenevo ci fossero anche gli strumenti usati dal compositore Vangelis all’epoca. La qualità della luce è qualcosa che mi ha sempre ispirato, cerco sempre di fare il punto della mia ispirazione a livello visivo quando giro un film. Sarà parecchio cupo questo Blade Runner, ma ci sono anche momenti pallidi, argentei, che hanno ispirato sia me che il direttore della fotografia, Roger Deakins. Data la mia libertà, cosa rara per operazioni di questo tipo, ho avuto modo di lavorare in assoluta autonomia anche sui colori. Il giallo per me è legato all’infanzia e chi dovesse vedere questo film ritroverà un fil rouge nitido. Non è facile lavorare col giallo, certo, ma ho lavorato fianco a fianco col migliore direttore della fotografia del mondo e volevo dargli qualche sfida da superare.

Anche la CGI avrà avuto un ruolo importante nello sviluppo di Blade Runner 2049.

Vero, ma ho anche lavorato con un budget che mi ha consentito di costruire tutti i set, tutti i veicoli. Così si facevamo i film anni fa, costruivi una finestra, una strada e poi tutto ciò che c’era oltre, ideando ogni singola cosa. Sono contento che la produzione mi abbia permesso di creare così, in maniera un po’ vecchio stile. Va anche a beneficio degli attori, che possono lavorare al loro mondo interiore senza chiedersi dove si trovino. In questo caso gli attori possono prepararsi solo su se stessi, perché non è un film d’epoca in cui puoi studiare il contesto. Quello che io cerco è sempre la scintilla che trasforma non dico il senso ma almeno quello che accade davanti alla macchina da presa, una miccia che puoi trovare solo se sei veramente libero. Naturalmente abbiamo messo a punto qualche elemento sullo sfondo ricorrendo a fondali ricostruiti in CGI grazie a grandi artisti, ma in generale non amo lavorare con il verde del green screen, non lo sopporto proprio!

Il film uscirà in Italia due giorni dopo il tuo cinquantesimo compleanno, il prossimo 5 Ottobre!

Mi piace invecchiare, più invecchio più sono in pace con me stesso, anche se è un processo non facile. Gli ultimi anni sono volati, ho fatto tanti film in poco tempo…ho avuto un modo di approcciarmi al cinema che posso definire classico, ora però ho bisogno di riflettere sul mio percorso, su cosa ho portato a casa fino a questo punto e su cosa dovrò fare in futuro. Ci ho messo settimane e forse mesi prima di accettare questo film, volevo essere sicuro che avrei potuto avere il pieno controllo della situazione. Non so come verrà accolto, è un film estremamente diverso dall’originale e sono consapevole del fatto che facendo un sequel di un capolavoro sono pochissime le possibilità di successo, ma non importa! Ho fatto questo film per l’amore che ho per il cinema, per la gioia che mi dà questo lavoro. Per me il cinema è arte e non c’è arte senza rischio. Non so quale sarà la vostra reazione e se vi piacerà, ma con arroganza posso dire che sarà il mio miglior film che ho mai fatto!

Qual è il tuo rapporto con la tecnologia?

Penso ci sia la necessità di black-out analogo a quello del film per riprendere in mano l’ancestralità primordiale della vita. Siamo come delle scimmie che si specchiano di continuo, perché distraendoci solo con la tecnologia non si fa del bene alla nostra mente. Spero sia possibile ritornare a un rapporto più disteso con la tecnologia, con risultati migliori…

Qual è stato il tuo rapporto col film originale la prima volta che l’hai visto?

L’idea di diventare regista nacque proprio vedendo Blade Runner. La maggior parte dei film di fantascienza del periodo erano per adolescenti, a me interessava qualcosa di più profondo. Non ci sono molti film come 2001 – Odissea nello spazio in fondo e in seguito ho scoperto Tarkovskij, ma all’epoca era più influenzato dal cinema angloamericano. Quando fai un film fantascienza non dici qualcosa sul futuro, ma sul presente, secondo me. Sia questo che Arrival sono due film intimisti, a loro modo. Io ho studiato scienza e microbiologia, ma mi affascinava quel tipo di sentimento come frontiera esplorabile. L’ignoto della fantascienza mi ha consentito di esplorare i limiti della percezione umana, collegandomi all’esistenzialismo. Ci sono tante belle graphic novel di fantascienza, ma i film sci-fi buoni sono davvero pochi e infatti mi rallegro sempre quando ne scopro uno. Mi sento però di dover ringraziare Christopher Nolan, al quale sono molto grato e che ammiro molto, perché negli ultimi tempi ce ne ha regalati di grandissimi.

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