Il primo numero di Matana, la nuova miniserie a fumetti di Leo Ortolani pubblicata da Panini Comics, si apre con una sequenza che ricorda i titoli di testa di un film. C’è una canzone, ci sono i nomi degli attori, ci sono primi piani, inquadrature più ampie, e c’è il protagonista, Matana appunto. Un pistolero e un cacciatore di taglie. È a cavallo e si dirige verso una nuova città. «Questa è un’idea che risale al 1983, quando facevo le cose solo per me, per conto mio, e mi divertivo», dice Ortolani. Ma questa è anche un’altra cosa: è una storia che, con il tempo, è cambiata. I personaggi si sono evoluti. Ai dettagli si sono aggiunti altri dettagli. L’ironia, come succede spesso nelle opere di Ortolani, non è solo un tono, un leggerissimo accenno: è una costante, tocca vette altissime e riesce a farsi sottile, insinuante, piena di doppi sensi, di critiche feroci e di satira. Le citazioni e i riferimenti sono ovunque. Alla Trilogia del dollaro, per esempio. La prima uscita di Matana è prevista per il 18 marzo. Gli altri volumi verranno distribuiti il 22 aprile, il 20 maggio, il 17 giugno, il 15 luglio e il 19 agosto. «Mi è sempre piaciuto fare film a fumetti», continua l’autore. «In Matana, ovviamente, non c’è una vera e propria colonna sonora. Ma la tromba, soprattutto nel primo numero, gioca un ruolo piuttosto importante».

Uno dei protagonisti, Speranza, ha la faccia di Clint Eastwood.

«L’altro giorno ho riletto la sua storia: il primo incontro con Sergio Leone, il successo. Mi sto divertendo tantissimo a disegnarlo. La copertina del secondo numero, secondo me, è bellissima. E il personaggio protagonista di quella copertina è proprio lui».

Com’è nata l’idea di questa nuova serie?

«Ci siamo ritrovati con i ragazzi della Panini, l’anno scorso. E abbiamo fatto un punto sulle miniserie. Siamo partiti da Star Rats, che è andato piuttosto bene. E io ho proposto Matana».

Un western.

«Questo non è solo un western, è un western all’italiana: una cosa piuttosto diversa. Prendo in giro certi luoghi comuni e certi personaggi del genere».

Conoscere fin dalla prima pagina la fine è stato d’aiuto?

«Si inizia sempre scrivendo il finale. Poi ho diviso la storia in sei albi. L’ultimo sarà un po’ più lungo: sono riuscito a strappare altre dieci pagine all’editore. Ma era importante dare una degna fine a questa storia. Sarebbe stato divertente fare tutto con un’inquadratura fissa, come nel cinema».

Invece?

«Mi sono reso conto di avere grossi limiti nel disegno. In Matana servivano dei grigi. Quando ambienti una storia in un posto illuminato sotto la luce del sole, hai poche opzioni. Una storia di notte, o in un luogo particolare e al chiuso, è più facile da disegnare e ti dà la possibilità di equilibrare la tavola con i neri. In questa storia, i miei disegni fanno quello che devono fare. Niente di più, niente di meno. Io disegno quello che mi serve per raccontare. E sono piuttosto soddisfatto del risultato finale».

Matana, poi, ti riporta in edicola.

«Mi piace molto l’idea dell’appuntamento in edicola, di questo rapporto con i lettori. Matana durerà, più o meno, per sei mesi. Metà anno. Ha una cadenza abbastanza vicina, per i miei gusti».

Qual è stato il punto di partenza?

«A seconda del tipo di formato che ti viene messo davanti, costruisci la tua storia. In questo caso, la storia è lunga come un libro, ma è divisa in sei capitoli, in sei albi».

Matana, il protagonista, è un tipo piuttosto sicuro.

«Ogni tanto ci vuole. Anche nei film, nei vecchi western, il protagonista ha delle caratteristiche ben delineate e non è un uomo qualunque. Matana non doveva sfigurare. E va bene così. Di solito, mi faccio un po’ influenzare dalle cose che vedo. E Matana viene fuori dalla visione dei western».

C’è un film in particolare che ti ha ispirato?

«Un po’ questo fumetto si rifà a I quattro dell’Ave Maria, uno dei primi film con Bud Spencer e Terence Hill. Il mio gruppo si ispira a quello, con Eli Wallach: ci sono delle dinamiche e delle situazioni molto simili».

È rimasto qualcosa della primissima storia che avevi scritto negli anni ’80?

«Avevo creato questa storia con due cacciatori di taglie sulle tracce di un ricercato soprannominato El Muerto. E El Muerto è tornato anche qui, in Matana. Con delle differenze, ovviamente. Ma certe idee, alla fine, aspettano solo di essere ripescate».

Perché proprio un western?

«Per i grandi scontri e per le motivazioni che muovono i personaggi. La trama, in queste storie, coincide con i duelli. Devi essere pronto ad accettarne l’esito».

Tutto, insomma, si riduce all’ultima scena.

«Se pensi ai film di Sergio Leone, la cosa più interessante è lo scontro finale. E per arrivare a quel duello, serve tutto il film. In un certo senso, la stessa cosa succede anche con Matana. I primi volumi servono a corteggiare il lettore. E nell’ultimo episodio, c’è l’innamoramento vero e proprio».

Un po’ come nella vita.

«Nella vita, le risoluzioni come queste non ci sono. Così spettacolari, così nette. Nella vita, le risoluzioni non hanno questo tipo di spessore. Meglio un western a volte».

Su Best Movie di marzo (in edicola dal 4) trovate l’intervista a Leo Ortolani insieme a una bellissima illustrazione realizzata in esclusiva per il magazine

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