Non tutti i fumetti sono uguali. Alcuni richiedono più tempo, altri meno. E questo non li rende migliori o peggiori; li rende semplicemente diversi. Le storie, proprio come le persone, hanno bisogno di attenzioni: non basta aprire un volume e sfogliarlo per capirne il valore e per conoscere i vari personaggi; serve fermarsi, rallentare e riconoscere la pagina come segno con uno scopo e un significato precisi. Bestie in fuga di Daniele Kong, pubblicato da Coconino Press, è un fumetto che invita alla pazienza. Non è difficile o noioso. Ma è talmente ricco e sfaccettato che non ha senso provare a leggerlo velocemente. È pieno di momenti, divisi equamente tra il passato e il presente del racconto, ed è pieno di personaggi: ce ne sono tanti, tutti diversi, tutti con una loro voce e una loro riconoscibilità.
I fumetti propongono un patto ai loro lettori. Chiedono di fidarsi e di non dare nulla per scontato. I disegni non sono solo una guida, sono una traccia. E vanno seguiti e inseguiti nello stesso istante. Le parole, invece, cambiano: sia come tono che come consistenza. E Kong passa esattamente dalle parole per dare una profondità e uno spessore maggiori a Bestie in fuga. La storia è costruita nel corso del tempo, dalla guerra al dopoguerra, dalla miseria della periferia al boom economico, e riesce comunque a concentrarsi tanto sulle piccole cose quanto su quelle grandi. Ed è proprio l’unione di questi due elementi, di questi due punti di vista, l’aspetto più importante del fumetto di Kong. Il lettore deve muoversi a due velocità per poter cogliere ogni riferimento.
Bestie in fuga funziona perché non è mai solo una cosa, ma tante contemporaneamente. E l’unico modo
per apprezzare questa complessità è leggere con calma, senza fretta, prendendosi esattamente il tempo di cui si ha bisogno – che non è un tempo standard e uguale per tutti. Siamo abituati a pensare che ci sia un unico passo di marcia quando si parla di fumetti o, più in generale, di libri. E non è così. Ogni lettore è differente, proprio come – e lo dicevamo prima – è differente ogni storia. E le storie devono poter sedimentare, raccogliersi, raggiungere un peso e una forma specifici all’interno della nostra memoria. Dobbiamo familiarizzare con i personaggi, ma dobbiamo pure imparare a riconoscerli.
Bestie in fuga è un esempio, ma ce ne sono tanti altri. Pensiamo, per esempio, a Il gusto del cloro di Bastien Vivès, pubblicato sempre da Coconino. Non ci sono molte parole; è tutto un gioco di sguardi, vignette e inquadrature. Ciò nonostante, è fondamentale rallentare, guardare con attenzione le pagine e non limitarsi a scorrerle. Chiaramente sono due approcci diversi che mettono in scena due storie diverse. Ma torna in entrambi i casi la centralità della lettura come processo attivo e non passivo. Andare avanti perché si deve, costringendosi a finire un capitolo, non ha alcun senso. Perché rischia di banalizzare l’esperienza del lettore e, soprattutto, di mortificare ciò che stiamo leggendo. Per carità: non è sempre così. Ma è importante provare ad aspettare e a non farsi schiacciare dalla fretta.
Bestie in fuga offre un punto di vista nuovo e, lo ripetiamo, complesso: ha la solidità delle grandi storie, dell’epica letteraria, di quelle saghe che uniscono e tengono insieme personaggi differenti senza esagerare o farsi morbosi. Parla della vita che non aspetta e di ciò che ognuno di noi spera per sé stesso e per gli altri. Ha degli elementi precisi – l’isola, la grande città, la divisione e la lotta di classe, la letteratura come via di fuga –, ma non è mai prevedibile o facilmente riassumibile. Merita di essere letto con calma, senza fretta, proprio per poter essere compreso fino in fondo. Oltre la pagina, oltre le intenzioni del suo autore, direttamente nell’abbraccio della sensibilità del lettore.
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