Il ritorno di Zuzu
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Il ritorno di Zuzu

Si intitola Ragazzo la nuova opera della fumettista salernitana, ed è una storia di amore e sesso ambientata nei primi anni Duemila

Il ritorno di Zuzu

Si intitola Ragazzo la nuova opera della fumettista salernitana, ed è una storia di amore e sesso ambientata nei primi anni Duemila

È tornata Zuzu. Dopo Cheese e Giorni felici, tocca a Ragazzo: un fumetto enorme, pieno di colori (ne parleremo), di sesso (parleremo anche di questo) e di parole. Un fumetto che non si accontenta, che è denso e spessissimo (letteralmente: sono 304 pagine). Un fumetto che parte piano, che poi corre e che alla fine si calma, respira, trova il mare.

Non c’è un solo protagonista: ce ne sono tanti. C’è Francesco, per esempio, che si sente in difetto, sempre in errore, che ha un rapporto tesissimo con i genitori, soprattutto con sua madre che non smette mai di riprenderlo. C’è Alice, la ragazza nuova, che vede Francesco, che gli sorride e che è gentile. E c’è Andrea, compagno di scuola di Francesco e Alice, che a un certo punto decide di andarsene. Ma non scappa, non scompare. Vuole solo andarsene. E infatti, poi, ritorna. Il punto, però, non è questo. Non sono i viaggi, le parentesi enormi e i non detti. Il punto è tutto quello che c’è in mezzo, è il resto, ed è tantissimo.

Perché non ci sono solo i figli: ci sono pure i genitori. E anche i genitori, come i figli, hanno le loro tragedie e i loro dubbi. E se a una prima occhiata possono sembrare sicuri e a loro agio, in realtà sono altrettanto persi e confusi. E questo perché, ci dice Zuzu, non ci sono istruzioni per la vita. A volte, va vissuta e basta. E così Francesco si innamora di Alice, che ricambia e che, per un periodo, è felicissima. E Andrea va via, e i loro genitori rivivono il passato, si perdono nei ricordi e provano – perché ci provano, davvero – a fare del loro meglio. Ma non è facile.

Zuzu ambienta Ragazzo a Salerno, la sua città, nei primi anni del 2000. E quindi un po’ cede anche all’autobiografismo. Ma non è una corsa forsennata, cieca, che punta alla meta. È qualcosa di più, di diverso. È una riflessione per immagini, costruita con queste vignette a tratti piccolissime e a tratti più grandi, che cercano – e trovano – una loro musicalità e un loro andamento, prossime ai frame dell’animazione, e in cui le parole si incasellano e si stringono insieme. Zuzu ha usato i colori, e ha riempito ogni pagina di chiazze, luci e ombre, e di linee cinetiche che arrotondano e smussano gli angoli. Ha usato – ha detto – dei pantoni a buon mercato. Li ha scelti per la loro imperfezione, per il loro non essere ottimi. Proprio perché per lei, in Ragazzo, era fondamentale restituire una dimensione precaria, a metà, non straordinaria. O meglio: spazio per lo straordinario ce n’è; ma è lo straordinario di cui è fatta la vita, e quindi con i suoi alti e bassi, con le sue profondissime depressioni e i suoi picchi inarrivabili.

È un sali e scendi continuo, la storia di Zuzu. Ed è piena, come dicevamo, di sesso. Ma non il sesso carnale, feroce, eroticamente eccitante (c’è anche quello, per carità). È il sesso con cui conviviamo giornalmente, che ci accompagna, che ci fa rabbrividire quando meno ce l’aspettiamo e che poi, come succede a Francesco, ci mette davanti ai nostri limiti: incapaci di emozionarci perché siamo già troppo emozionati. È un controsenso. Un cortocircuito logico e, soprattutto, viscerale. Francesco si sente un fallito, e Alice gli dice di no, che non è così, lo abbraccia e stanno insieme felici. Finché, ancora una volta, non torna la vita. Che ci ricorda, ecco cosa, quanto siamo imperfetti (come i pantoni), quanto possiamo essere approssimativi. E per un momento Ragazzo si avvicina alla tragedia: e anche questo, se vogliamo, ha a che fare con la nostra fragilità.

Zuzu, nel giro di appena tre fumetti, è stata in grado di crescere, cambiare e ritrovarsi. E di rimanere sempre identica a sé stessa. Ma comunque differente. Il suo sguardo si è acuito, si è fatto più libero, non meno sincero. Con Ragazzo parla di noi, di ciò che siamo, delle nuove generazioni allo sbando, spesso perse, spesso prive di una guida; e parla pure delle altre generazioni, quelle di prima, che hanno imparato a fare i genitori senza aver ricevuto nessun manuale. Ci ritroviamo, tutti, nella nostra spontaneità. Un ragazzo che come Andrea va via di casa, facendo preoccupare tutti, non è banalmente coraggioso o egoista: è entrambe le cose, ed è complesso, sfaccettato, indefinito. In una società come la nostra, che sente quasi il bisogno di etichettare le persone, Zuzu ci ricorda che il vero atto rivoluzionario è dare voce al ragazzo, al bambino, che abita dentro di noi. E ascoltarlo, e non averne paura. Gli errori esistono, si commettono, non ci sono ricette. Basta ricordarsi che nella nostra sofferenza come pure nella nostra gioia non siamo mai soli. C’è qualcun altro che, come noi, sta attraversando lo stesso. Ciao fratello, ciao sorella: vi vedo.

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