Secondo l’ultimo resoconto di AIE, l’Associazione Italiana Editori, c’è stato un calo importante nelle vendite di fumetti nella grande distribuzione, tra librerie, supermercati e online. Rispetto al 2023, parliamo del -5,5%. Ed è, in generale, il dato più negativo. Le uniche due categorie che sono cresciute sono la narrativa italiana e quella straniera. Per il resto, c’è stato un rallentamento non solo evidente ma significativo.
Sempre secondo AIE, parte del calo si spiega soprattutto con l’eliminazione del bonus cultura 18app, sostituito dalla Carta della Cultura e del Merito. Questo, in parole povere, che cosa significa? Che le generazioni più giovani hanno meno soldi e meno risorse per comprare fumetti, e che quindi sono costrette a fare una scelta. Gli editori che ne hanno risentito di più sono stati quelli medi-piccoli, non i più grandi. E pure questo è interessante. Perché ci dice che, di fronte a un rallentamento nelle vendite, una maggiore produzione riesce a tamponare le perdite. Il problema, però, è un altro.
Questi discorsi restano nella bolla degli addetti ai lavori, tra chi si occupa di numeri e prova a leggere l’andamento del mercato. Li conoscono anche gli editori e le grosse catene librarie (e si vede, visto come, per l’ennesima volta, stanno cambiando gli spazi espositivi per i fumetti). Ma i grandi eventi e il pubblico generalista non sembrano saperne niente. O almeno, ecco, non sembrano disposti ad affrontarli. I fasti degli anni scorsi, subito dopo la pandemia, sono finiti. E le prime a rimetterci, con tagli e crisi interne, sono state le realtà indipendenti. Le cose, poi, non vanno meglio per i singoli autori. Sono pochi quelli che riescono a guadagnare bene grazie al proprio lavoro. La maggior parte, fatta di freelancer, partite IVA e liberi professionisti, si muove a vista. E al di là dell’impegno di qualche associazione di categoria (su queste pagine più volte abbiamo parlato del MeFu e di quello che, con le sue sole forze, sta provando a fare), non c’è nessun sistema capace di aiutarli.
Mentre le vendite diminuiscono, Panini Comics, uno degli editori più importanti della scena italiana, annuncia che aumenterà i prezzi di copertina dei suoi fumetti. E gli altri? Gli altri, in maniera più o meno dichiarata, lo stanno già facendo. Qualcuno dà la colpa ai costi dei materiali, che sono saliti alle stelle, mentre qualcun altro, attribuendosi un’attenzione e una cura che non sono così evidenti, dice che servono risorse per poter continuare a fare bene. In realtà, e i dati di AIE ne sono una prova, si vende di meno. E vendendo di meno, si assottigliano anche le possibilità di investimento e di crescita. Non c’è stato nessun tentativo, anni fa, di provare a potenziare la distribuzione e la produzione. L’editoria a fumetti ha continuato a seguire la stessa strada di sempre: stampare, stampare tanto; stampare come se non ci fosse un domani. E così sono aumentate le edizioni variant, che hanno finito per saturare il mercato e per perdere qualunque valore commerciale, e le edizioni speciali, che hanno fatto fiorire una nuova generazione di “scalper”, pronti a comprare ogni cosa, anche in più copie, e a rivenderla su eBay e Vinted. Per carità: è il libero mercato. Ma quella che dovrebbe essere un’eccezione non si può trasformare in una regola.
Oggi il lettore medio di fumetti compra molti meno titoli, e quando lo fa solitamente preferisce comprare serie di cui tutti parlano, con un loro seguito e una loro riconoscibilità. E i nuovi autori? E, soprattutto, il fumetto italiano? Sono veramente poche le case editrici che sono state in grado di darsi una struttura ridistribuendo in modo efficace le proprie risorse. Se però guardiamo le novità, diventa estremamente difficile lasciarsi convincere dall’offerta. Ed è un peccato. Perché ancora una volta abbiamo la dimostrazione che non solo fatichiamo a fare gruppo, ma che nel nostro paese manca un’industria del fumetto degna di questo nome.
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