Siamo in Wyoming, pochi anni dopo la fine della Guerra Civile Americana. C’è una baita, in mezzo al niente, e una tempesta di neve. Dentro quella baita ci sono un cacciaore di taglie e la sua prigioniera, un maggiore dell’esercito e un sedicente sceriffo, un boia e un cowboy, un ex schiavo e il custode della locanda. Ognuno ha qualcosa da mostrare, ognuno ha qualcosa da nascondere. Tutti quanti sono l’esito del genio di Quentin Tarantino, al secondo appuntamento con il genere più amato – il western – di quella che a quanto pare diventerà una trilogia (l’ultimo capitolo sarà una serie Tv), si vocifera. Ed è qui che comincia l’intervista con l’unico regista di Hollywood che non rilascia interviste, ma vere e proprie lezioni d’arte moderna.

BM: 1) Qual è l’idea centrale di The Hateful Eight?
Quentin Tarantino: «Mentre scrivevo, mi sentivo una specie di detective. Questo perché stavo lavorando a un mystery, imperniato sulla questione della fiducia. Volevo giocare con l’idea che, nel mondo di oggi, nessuno può cavarsela con una bugia, perché qualsiasi cosa tu faccia vieni segnalato, sei marchiato e non puoi sparire nel nulla. Ma nell’Ottocento, quando le persone si presentavano, non c’era uno scenario di questo tipo. Perciò mi intrigava l’idea di un film dove un grappolo di personaggi rimangono intrappolati in una situazione e nessuno può fidarsi di quello che gli altri dicono di essere. E nemmeno il pubblico può conoscere la verità».

BM: 2) Tim Roth ha detto che hai consigliato al cast di guardare I tre banditi, western del 1957 di Budd Boetticher. Ti sei ispirato a titoli del genere?
Q.T.: «Non necessariamente. Non faccio riferimento ai western di per sé, la mia idea era di fare un film con protagonisti otto mascalzoni. Nessuno è buono in questa pellicola; in un western differente, sarebbero stati gli antagonisti o al massimo gli antieroi. Piuttosto, stato influenzato da alcune serie Tv western anni ’60, come Il virginiano (1962-1971), Bonanza (1959-1973) o Gunsmoke (1955-1975). La maggior parte degli episodi si concentravano sulle guest star, che erano Charles Bronson o James Coburn ad esempio. Di solito, avevano un passato misterioso, e non sapevi se fossero o meno delle canaglie. E il protagonista li aiutava, ponendosi come centro morale dello spettatore, mentre attendevi di capire se fossero buoni o cattivi. Così ho pensato: cosa succederebbe se prendessi tutte queste tipologie di caratteri e li mettessi in una stanza facendoli discutere delle loro storie, ma senza un personaggio che faccia da punto di riferimento morale?».

BM: 3) Tra questi otto personaggi c’è solo una donna, una bandita che è spietata come gli altri, e viene anche picchiata. Sei preoccupato di suscitare critiche per aver mostrato una donna in questa maniera?
Q.T.: «Come creatore, scrittore e artista, non posso fermarmi a questo tipo di visione esterna, devo dedicarmi ai miei personaggi al 100%. Il mio lavoro è rappresentare figure tridimensionali e interessanti, che possono dire qualsiasi cosa e andare dove vogliono. Derubare i miei personaggi femminili del senso di sorpresa o di indignazione che hanno i miei personaggi maschili, significherebbe che le sto mettendo in una gabbia dorata e su un piedistallo, e non le sto trattando come donne. Per Daisy ho pensato a Susan Atkins, una killer della famiglia Manson, conosciuta anche come Sadie. Era una donna, eppure ha fatto quello che ha fatto, era chi era e ne era capace. Volevo che Daisy avesse le qualità di una Manson del West».

BM: 4) Hai diretto due western, Django Unchained e The Hateful Eight. Hai in programma una trilogia?
Q.T.: «Sì, in effetti, perché sento che, quantomeno nel mondo  di oggi, devi fare tre western per poterti dire un regista western. Altrimenti ti stai soltanto dilettando nel genere. I miei film dicono qualcosa di diverso da molti altri western che esistono da ormai cento anni, e sono piuttosto fiero di questo, perciò penso di doverne fare un terzo, e poi questo trittico farà da testamento alla nostra epoca».

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