Il ragazzo invisibile è il titolo del nuovo film di Gabriele Salvatores, un progetto di cui, in questi mesi, si è parlato molto (e di cui parleremo ancora il prossimo mese, in corrispondenza all’uscita del film).
Ma Il ragazzo invisibile è anche il titolo di un albo a fumetti, edito da Panini Comics, che espande l’universo del film. Noi di Best Movie abbiamo letto il primo numero in anteprima, e vi abbiamo ritrovato molti richiami sia alla tradizione del fumetto italiano sia a quella dei comics americani. In particolare, la narrazione è strutturata con tempi, ritmi e spazi della tavola che richiamano le strisce superoistiche d’oltreoceano, e potrebbe essere il punto di partenza per la ricostruzione autoctona di un genere che da noi non ha mai avuto molto spazio. Ne abbiamo parlato con Diego Cajelli, sceneggiatore del progetto. Insieme a lui, nel team di lavoro ci sono anche i disegnatori Sara Pichelli (per le copertine), Giuseppe Camuncoli, Werther Dell’Edera e Alessandro Vitti.

Dal film al fumetto e non viceversa, come capita di solito. Quanto c’è del lavoro di Salvatores e della sua crew in questo albo?
«Il film ha alle spalle un progetto di espansione del contenuto. Quindi in parallelo al film usciranno anche altre cose. Come il romanzo, scritto dagli sceneggiatori, e naturalmente il fumetto. Si sono rivolti a Panini per via della sua esperienza con i supereroi. Abbiamo preso il materiale narrativo del progetto cinematografico e abbiamo raccontato tutto quello che non si vedrà in sala. Ci sono sì dei punti in comune, ma in realtà la cosa che volevamo fare era raccontare le storie parallele dei personaggi prima che si ritrovassero nell’universo narrativo del film».

Quindi è una specie di prequel.
«Sì, uscendo prima del film, diamo la possibilità allo spettatore ma anche al lettore di saperne di più, in modo da vederlo successivamente con una consapevolezza maggiore».

Il ragazzo invisibile è strutturato come un fumetto americano.
«Nella classica accezione del fumetto supereroistico».

Anche se, contrariamente a quel tipo di narrazione, qui i supereroi sono “poco super”.
«Esatto. Tutto il fumetto nasce dal lungo lavoro che hanno fatto gli sceneggiatori sui personaggi e su ogni potere. Ovvero, ciascuno non solo ti dà delle capacità incredibili, ma anche un effetto collaterale. Che può essere mentale o, come nel caso del padre del protagonista, fisico, un vero e proprio decadimento».

E a livello stilistico?
«I disegnatori de Il ragazzo invisibile sono italiani che lavorano prevalentemente all’estero, per il mercato americano: il punto di partenza era creare un albo che fosse indistinguibile da uno d’oltreoceano. Quindi per tavola, per ritmi, per la struttura, è veramente “poco italiano”».

Ma per quanto riguarda la scrittura e la caratterizzazione dei personaggi…
«Sì, il nostro è un supereroe molto maturo. Meno da blockbuster. Ci sono varie linee narrative legate ai supereroi che si tolgono il costume. Anche per quanto riguarda la parte più classica, ambientata in Russia, era interessante rappresentarla in maniera non troppo patinata. Molto simile ad Alias di Brian Michael Bendis». […]

(Foto: Sara Pichelli)

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