Diranno che QUESTO dettaglio di One Piece è “woke”, ma non credeteci
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Diranno che QUESTO dettaglio di One Piece è “woke”, ma non credeteci

Il live-action è già finito sotto accusa per alcune scelte discusse, ma questa volte le polemiche non hanno motivo di esistere

Diranno che QUESTO dettaglio di One Piece è “woke”, ma non credeteci

Il live-action è già finito sotto accusa per alcune scelte discusse, ma questa volte le polemiche non hanno motivo di esistere

immagini della serie one piece

Il ritorno di One Piece su Netflix si porta dietro, ancora una volta, un riflesso quasi automatico: quello di chi è pronto a liquidare qualsiasi scelta della serie come “woke” solo perché arriva da una piattaforma che da anni viene osservata con questo pregiudizio. È un’etichetta comoda, spesso sbrigativa, che accompagna il live-action fin dal debutto e che puntualmente riemerge a ogni novità di casting o di adattamento. Anche con la seconda stagione è successo, e uno dei dettagli destinati a far discutere è in realtà uno di quelli più coerenti con il mondo immaginato da Eiichiro Oda.

ATTENZIONE: contiene spoiler sulla seconda stagione di One Piece!

Nel secondo episodio, infatti, la serie introduce con largo anticipo un personaggio che molti lettori del manga non si aspettavano di vedere fino a una possibile quinta o addirittura sesta stagione: Brook. Per chi conosce già la storia, il nome pesa parecchio. Brook è il futuro musicista della ciurma di Cappello di Paglia, uno dei personaggi più amati dell’opera, destinato a diventare molto più avanti anche il celebre Soul King. Nel manga, il suo debutto vero e proprio arriva soltanto nel capitolo 442, dentro l’arco di Thriller Bark, molto tempo dopo la parte di Reverse Mountain. Netflix, però, ha scelto di anticiparne la presenza in forma di cameo attraverso il racconto del passato di Laboon, una mossa che non tradisce affatto la cronologia interna della storia, perché quel pezzo di backstory è effettivamente collocato lì, all’inizio del viaggio nella Rotta Maggiore. In questo caso cambia solo il momento in cui lo spettatore vede il volto del personaggio.

È lo stesso principio già applicato ad altri piccoli ammiccamenti disseminati nella stagione, come i passaggi dedicati a Bartolomeo e Sabo nel primo episodio. Qui il racconto arriva tramite Crocus e serve soprattutto a dare peso emotivo alla vicenda di Laboon e dei Rumbar Pirates, ma il risultato è anche un altro: seminare con grande anticipo un volto che in futuro diventerà importantissimo per l’identità stessa della ciurma di Luffy.

A interpretare Brook è Martial T. Batchamen, attore nato a Yaoundé, in Camerun, e cresciuto professionalmente tra produzioni internazionali e il contesto sudafricano, dove la serie Netflix viene girata. Prima di One Piece aveva già lavorato in titoli come Lootere, The Morning After, Tali’s Joburg Diary e Redeeming Love, costruendosi un percorso interessante anche sul piano dell’uso della voce, dettaglio che nel caso di Brook pesa parecchio. Non è difficile immaginare perché la produzione abbia guardato con interesse a un interprete del genere.

Ed è qui che qualcuno dirà “woke”. Il motivo è fin troppo prevedibile: un attore nero chiamato a incarnare un ruolo molto importante. Lo stesso ritornello sentito anche per il casting della principessa Bibi del Regno di Alabasta, pochi mesi fa. Peccato che la polemica, in questo caso, regga ancora meno. Oda ha sempre disegnato Brook con canoni stilistici che, dentro One Piece, richiamano quelli usati anche per altri personaggi spesso letti come black-coded, da Usopp a figure secondarie come Mr. 5 o Very Good. E soprattutto c’è un elemento narrativo e iconografico ancora più evidente: Brook è e diventerà il “re del soul” nell’universo di Oda. Il soul, storicamente, nasce come musica afroamericana negli Stati Uniti, sviluppandosi tra gospel e rhythm and blues e legandosi profondamente all’esperienza culturale nera americana. Non è quindi uno stereotipo appiccicato dall’esterno, ma un’associazione che dentro il personaggio ha una sua coerenza visiva, musicale e simbolica.

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Per questo parlare di scelta “woke” appare fuori bersaglio. Piaccia o no, qui non c’è un’imposizione arbitraria, ma una decisione che si inserisce senza strappi nell’immaginario di One Piece. Netflix ha anticipato Brook, sì, ma lo ha fatto seguendo una logica narrativa precisa. E il casting di Martial T. Batchamen, più che una forzatura ideologica, sembra la naturale estensione di ciò che Oda aveva già messo su pagina da anni. Anche perché One Piece, nei suoi codici narrativi, non è mai stata un’opera che costruisce una componente razzista secondo i canoni classici del discorso etnico umano: quel tipo di tema Oda lo riserva semmai a razze specifiche e ai rapporti di potere che attraversano il suo mondo, dagli uomini-pesce al popolo dei Buccaneers, fino alla violenza sistemica esercitata dai Draghi Celesti contro chiunque considerino inferiore. Il punto, insomma, non è attribuire a Brook una lettura ideologica che il testo non ha, ma riconoscere che la serie sta lavorando dentro coordinate già presenti nell’opera originale.

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