Demolire per ricostruire. È questo il mantra che segue Jake Gyllenhaal in Demolition, dramma di Jean-Marc Vallée (Dallas Buyers Club, Wild) in cui l’attore interpreta Davis Mitchell, un uomo costretto ad affrontare la morte improvvisa di sua moglie Julia, vittima di un incidente stradale. Un’elaborazione del lutto complessa, perché Davis si scopre incapace di provare anche solo un minimo di tristezza. Una reazione, la sua, figlia di in un’apatia emotiva profonda e soffocante, maturata all’interno di una vita scandita dalla routine. È uno stallo emozionale che a tratti, per follia e intensità, ricorda quello di Kevin Spacey in American Beauty (esempio illustre di un personaggio che ha il disperato bisogno di tornare a sentirsi vivo) e genera più di un disagio in chi lo osserva.

Gli unici canali di sfogo, li trova prima nelle lettere di reclamo che indirizza a una società di distributori automatici, dopo che uno di questi gli mangia dei soldi proprio nell’ospedale in cui sua moglie perde la vita, poi nella distruzione di tutto ciò che non funziona come dovrebbe, dalle porte del bagno del suo ufficio a casa sua. Questo fare a pezzi oggetti ha un duplice valore metaforico: da una parte rappresenta la distruzione della vita che Davis ha vissuto sino a quel momento, dall’altra equivale a una violenta vivisezione del suo cuore, a un guardarsi dentro in cerca di ciò che serve (e manca) per riuscire finalmente a uscire dal tunnel.

Quella di Gyllenhaal è una performance lontana dalle trasformazioni fisiche dei suoi ultimi lavori (Southpaw e Lo sciacallo), più misurata e controllata ma non per questo meno potente o eccentrica (vedasi il balletto per le strade di Manhattan). La regia elegante di Vallée tira fuori il meglio del suo repertorio attoriale, a cui si affiancano i talenti di Chris Cooper e Naomi Watts. Cooper è il padre di Julia e il suo dolore per la perdita della figlia, visibile negli occhi spesso arrossati dalle lacrime, crea il contrasto perfetto con la freddezza del protagonista; la Watts è invece Karen, la responsabile del servizio clienti della società a cui Mitchell spedisce le sue lettere. La brutale sincerità di quei testi la smuove sino a convincerla a contattarlo: il loro rapporto da anime affini è gestito con una sensibilità tale da non poter lasciare indifferenti (complice anche la presenza del turbolento figlio adolescente di lei), anche perché non assume, strada facendo, i contorni stereotipati della classica relazione sentimentale.

Ma è tutto il film a essere distante dal prevedibile. Merito della sceneggiatura, non priva di pochi ma buoni colpi di scena, di Bryan Sipe, che trascina (a volte persino divertendo) nella rincorsa del protagonista verso un sorriso, una lacrima, una qualsiasi sfumatura di dolore o sollievo. Sullo sfondo, la figura di una moglie che all’inizio pare un fantasma e a poco a poco si trasforma in gocce di memoria autentiche e concrete. È un racconto costruito su un immobilismo interiore che, anziché respingere, cattura producendo una cascata di emozioni, tappe di un viaggio sulle montagne russe alla scoperta di sé e alla ricerca di una catarsi il cui raggiungimento rimane incerto sino alla fine.

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