Dobbiamo ammetterlo: ormai gli anime di questo tipo sono quasi tutti uguali (e hanno un po' stufato)
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Dobbiamo ammetterlo: ormai gli anime di questo tipo sono quasi tutti uguali (e hanno un po’ stufato)

Un tempo erano una valida alternativa al "canone classico", oggi invece si basano su formule ripetitive e prevedibili

Dobbiamo ammetterlo: ormai gli anime di questo tipo sono quasi tutti uguali (e hanno un po’ stufato)

Un tempo erano una valida alternativa al "canone classico", oggi invece si basano su formule ripetitive e prevedibili

ci sono troppi anime isekai

Negli ultimi anni gli anime hanno conquistato il mondo come mai prima d’ora. Titoli come Demon Slayer, Chainsaw Man (che sta per arrivare al cinema in Italia con il suo primo film) e Jujutsu Kaisen hanno dimostrato che la produzione giapponese può raggiungere livelli tecnici e narrativi da blockbuster, con animazioni straordinarie e un impatto culturale globale. Dalla sala cinematografica alle piattaforme streaming, il pubblico internazionale è sempre più coinvolto: ogni stagione porta nuovi protagonisti, nuovi mondi e nuove ossessioni collettive. Eppure, tra le centinaia di serie che arrivano ogni anno, ce n’è una categoria che sembra ormai dominare su tutte: quella degli isekai.

Il termine, che in giapponese significa letteralmente “altro mondo”, indica le storie in cui un personaggio viene trasportato in una realtà diversa dalla propria — che sia un universo fantasy, un videogioco, un libro o un mondo parallelo. Da Sword Art Online a Re:Zero, da Tensura a No Game No Life, il meccanismo è sempre simile: qualcuno muore, si reincarna o viene evocato in un mondo sconosciuto, pronto a ricominciare da capo.

All’inizio, questo tipo di narrazione ha offerto un punto di vista fresco e accattivante. L’idea di fuggire dalla realtà e riscrivere il proprio destino ha toccato corde profonde, soprattutto tra i fan più giovani. Ma con il passare del tempo, l’isekai si è trasformato in una formula ripetitiva. Ogni stagione propone decine di nuove serie dello stesso tipo, con protagonisti onnipotenti, ambientazioni pseudo-medievali e dettagli sempre più improbabili. I titoli si confondono, le trame si assomigliano, e la sensazione di déjà-vu è inevitabile.

Come sottolineato da un’analisi pubblicata da CBR, il problema nasce proprio dalla facilità con cui questo genere viene prodotto. Molti isekai nascono dal sito Shōsetsuka ni Narō, una piattaforma dove gli scrittori possono pubblicare gratuitamente le proprie storie. Lì il genere è diventato così popolare da alimentare un circolo vizioso: gli autori imitano i titoli di successo, le case editrici adattano in anime le opere più lette, e il risultato è un’ondata continua di serie fotocopia. Anche quando le recensioni sono pessime, la popolarità online e le buone vendite delle light novel giustificano nuove produzioni.

Naturalmente, ci sono eccezioni. Ascendance of a Bookworm e Konosuba, per esempio, sono riusciti a distinguersi per originalità e tono, dimostrando che l’isekai può ancora sorprendere quando osa davvero. Ma si tratta di casi rari in un panorama ormai saturo. Gli stessi fan che un tempo si entusiasmavano per le reincarnazioni in mondi fantastici ora chiedono a gran voce un cambiamento, o almeno una pausa. 

Forse, insomma, è arrivato il momento di tornare alle radici, di riscoprire che l’isekai non è nato con i protagonisti “invincibili” di oggi. Digimon Adventure, Fushigi Yuugi o Inuyasha raccontavano viaggi tra mondi in modi molto diversi, con una profondità emotiva che manca a molti titoli recenti. È la prova che il genere non è condannato alla ripetizione, ma ha bisogno di rinnovarsi. Perché, sì, lo dobbiamo ammettere: di anime isekai ce ne sono davvero troppi. E se il pubblico continuerà a chiedere storie nuove, forse anche gli autori capiranno che per fuggire in un altro mondo – almeno narrativamente – bisogna prima imparare a guardare quello reale con occhi diversi.

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