Dopo 8 stagioni, dobbiamo ammettere che questa serie non può più essere un "semplice" procedural
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Dopo 8 stagioni, dobbiamo ammettere che questa serie non può più essere un “semplice” procedural

L'evoluzione di questo amato show sembrano ormai inevitabile, e non è affatto una cattiva notizia

Dopo 8 stagioni, dobbiamo ammettere che questa serie non può più essere un “semplice” procedural

L'evoluzione di questo amato show sembrano ormai inevitabile, e non è affatto una cattiva notizia

un frame della serie procedural The Rookie

Dopo anni passati a muoversi con sicurezza nel territorio del procedural e del poliziesco, The Rookie, l’amata serie nata dalla mente di Alexi Hawley con Nathan Fillion sembra aver finalmente deciso di cambiare pelle con l’arrivo della sua ottava stagione, al momento ancora inedita in Italia.

Una manifestazione d’intenti, quella di superare i confini del procedural che è emersa con forza nell’episodio “His Name Was Martin“. Tuttavia, quello che assume inizialmente i tratti di un caso sopra le righe si trasforma rapidamente in qualcosa di molto più oscuro. Il sergente Lucy Chen, interpretata da Melissa O’Neil, si ritrova infatti a un passo dalla morte, aggredita da Martin, un uomo reso incontrollabile dall’esposizione a una sostanza chimica. Nel tentativo disperato di salvarsi, Lucy si ritrova costretta a ucciderlo.

Le conseguenze di quell’evento esplodono poi in tutta la loro forza nell’episodio successivo, “Aftermath”, il quale rinuncia ad ogni struttura tradizionale per concentrarsi sul trauma e sulle cicatrici derivanti dall’accaduto. Una scelta che permette a The Rookie di compiere il salto definitivo. In “Aftermath” vediamo una Lucy segnata, fragile ma determinata ad affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Il confronto con la sorella di Martin diventa così il cuore emotivo dell’episodio, un momento in cui il personaggio mette a nudo la propria integrità morale.

Episodi come “Aftermath” quindi dimostrano come la serie non possa più limitarsi alla struttura “caso-della-settimana”, ma rende più che mai evidente come sia ormai indirizzata – per sua naturale evoluzione – ad esplorare territori più maturi, tra introspezione psicologica, traumi e dilemmi morali.

Si tratta di una trasformazione che ormai passa anche da scelte stilistiche ben precise. L’ottava stagione, ad esempio, ha spesso rinunciato alla sua iconica sigla, “Kings & Queens” dei Chin Chin, soprattutto negli episodi più cupi. Una decisione tutt’altro che casuale, che segnala chiaramente la volontà di abbandonare i toni più leggeri in favore di un racconto più coerente e immersivo.

Il risultato è una serie più ambiziosa, che sembra ormai decisa a sperimentare con trame intense e temi adulti senza perdere del tutto la propria identità. Questo non significa tuttavia che The Rookie rinuncierà del tutto alla sua anima più leggera — episodi con Nathan Fillion nei panni di John Nolan alle prese con casi bizzarri restano parte del suo DNA — ma è quantomai chiaro che oggi la serie funziona meglio quando molla gli ormeggi per osare e spingersi in territori che finora aveva solamente sfiorato.

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Foto: MovieStillsDB

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