Se avete appena finito Adolescence su Netflix e vi sentite ancora scossi dall’intensità del suo racconto, sappiate che non siete soli. Questa breve ma potente miniserie ha conquistato il pubblico fin dal suo debutto il 13 marzo 2025, diventando rapidamente la serie più vista sulla piattaforma e ottenendo un punteggio perfetto su Rotten Tomatoes. In soli quattro episodi, Adolescence (QUI la nostra recensione) racconta la storia di Jamie Miller, un tredicenne accusato dell’omicidio di una compagna di scuola. La serie non si limita a ricostruire i fatti del presunto crimine, ma analizza in profondità l’impatto devastante dell’accusa sulla sua famiglia, i suoi amici e le forze dell’ordine coinvolte nell’indagine.
Ciò che rende Adolescence così toccante è la sua capacità di mettere al centro l’umanità dei suoi personaggi, senza mai cercare facili risposte. È una riflessione dolorosa e necessaria sulla fragilità dell’adolescenza, sul pregiudizio e sull’errore giudiziario. E proprio per questo, chi ne è rimasto colpito dovrebbe guardare Unbelievable, un’altra miniserie Netflix che affronta tematiche analoghe, con la stessa sensibilità e intensità.
Rilasciata nel 2019 e basata su fatti realmente accaduti, Unbelievable racconta la storia di Marie Adler, una giovane donna che denuncia uno stupro ma finisce col ritirare la sua accusa, travolta dal dubbio e dalla pressione di chi le sta attorno. Nessuno le crede. Né la polizia, né la sua famiglia, né gli adulti che avrebbero dovuto proteggerla. A distanza di tre anni, due detective — Karen Duvall e Grace Rasmussen, interpretate rispettivamente da Merritt Wever e Toni Collette — iniziano a indagare su casi simili in un altro stato. I pezzi cominciano a combaciare, e quello che inizialmente sembrava un episodio isolato si rivela parte di una rete di crimini ben più estesa.
Unbelievable non è solo un crime drama: è una denuncia, un racconto doloroso e necessario sulla fragilità del sistema e sull’importanza, troppo spesso sottovalutata, di credere alle vittime. La forza della serie sta nella sua capacità di non cedere mai al sensazionalismo: gli abusi non vengono mostrati in modo voyeuristico, ma raccontati dal punto di vista delle vittime, con rispetto e sensibilità. La regia si concentra sui volti, sui silenzi, sulle parole che non vengono dette. Ogni fotogramma parla di vergogna, paura, ma anche di resistenza e determinazione.
Kaitlyn Dever, che interpreta Marie, è straordinaria: la sua performance è toccante e misurata, capace di rendere palpabile il senso di isolamento e ingiustizia che il suo personaggio vive. A sostenerla ci sono due attrici del calibro di Wever e Collette, che danno vita a una coppia investigativa fuori dagli schemi: umane, empatiche, competenti. Le loro differenze di carattere – una più introversa e paziente, l’altra più diretta e disillusa – arricchiscono la narrazione, mostrando due modi diversi ma complementari di fare giustizia.
Fonte: Collider
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