Non si tira indietro di fronte alle sfide, Michelle Williams. Tutt’altro. Basta osservare le scelte professionali che l’attrice non ancora quarantenne – ma con già quattro nomination all’Oscar – ha fatto negli ultimi tempi: prima l’esordio nel popcorn-movie col cinecomic Venom, lei che è considerata a buon diritto una “musa” del cinema drammatico e impegnato. Poi il ritorno in Tv con la poderosa miniserie Fosse/Verdon, a sedici anni di distanza dallo show di culto che l’ha lanciata, Dawson’s Creek. Risultato? Grazie al ruolo della leggendaria ballerina di Broadway la Williams ha vinto Golden Globe, Emmy e Screen Actors Guild Award, una tripletta riuscita a pochissime attrici. E adesso la nuova sfida arriva grazie al confronto con un’altra “regina” del cinema americano, Julianne Moore. L’occasione l’ha fornita Dopo il matrimonio, remake al femminile di Bart Freundlich del dramma diretto da Susanne Bier nel 2006. A New York l’attrice ci ha presentato il film e soprattutto il personaggio di Isabel, uno dei più complessi della sua già folgorante carriera.

Come ti sei preparata al ruolo di una donna che ha scelto di dare in adozione la sua bambina?
«Ho cominciato leggendo alcuni libri sull’argomento, testi che parlano di donne capaci di ricostruire la propria vita dopo una decisione così dolorosa. Gran parte della figura di Isabel è stata basata su queste letture. Da quel che ho letto l’affidamento in adozione è qualcosa che perseguita alcune madri per il resto della loro vita: passano gli anni a ricordare compleanni, ricorrenze, feste e a chiedersi come stanno o cosa siano diventati i loro figli. Isabel nonostante tutto sa che portare alla vita la sua bambina è stata la miglior cosa che potesse fare per lei. Poi ovviamente ho visto il film originale, studiando a fondo il personaggio di Jacob interpretato da Mads Mikkelsen: un uomo che lascia trapelare molto poco di se stesso, della sua vita interiore. Ho cercato di capire come tradurlo in un’ottica femminile, quanto sarebbe stato coerente col mio personaggio avere un atteggiamento estremamente contenuto. Quando arriva a New York, Isabel non è interessata a stringere amicizie, non sorride compiacente per ingraziarsi gli altri. È una donna autonoma e molto introspettiva, volevo capire quanto potevo lavorare su questo carattere, quanto potevo spingermi perché il pubblico si connettesse comunque con lei».
Cosa ti ha convinta ad accettare di girare il remake di un film tanto celebrato?
«Il lavoro di Susanne Bier è così potente che onestamente all’inizio non pensavo si potesse farne un remake senza sminuirne la forza emotiva. Poi il regista Bart Freundlich ha avuto l’idea di farne una versione al femminile e questo ha immediatamente generato delle tensioni molto interessanti da esplorare. Nel nostro fi lm tutti i personaggi sono molto più coscienti di quello che sta avvenendo, alcuni di loro hanno compiuto delle azioni che possono essere definite non etiche, e che ne hanno compromesso la statura morale. Le loro decisioni porteranno a delle conseguenze, le quali esploderanno durante la storia narrata nel lungometraggio».
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© Ingenious Media,Joel B. Michaels Productions, Riverstone Pictures
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