Più Everest che Southpaw. Capelli tirati all’indietro e barba lunga, quando lo incontriamo Jake Gyllenhaal ricorda più lo scalatore Scott Fischer che il pugile Billy Hope, nonostante il completo blu e la camicia azzurra abbottonata fino al mento gli diano un’aria più composta ed elegante di entrambi. Quello che invece non si può camuffare è il sorriso disarmato che insieme a quella specie di sguardo fanciullesco sfoderato sin dai tempi di October Sky, quando progettava razzi amatoriali da spedire nel cielo, sono il suo tratto attoriale più forte. Li usa e li tradisce entrambi per incarnare due figure di uomini abituati alle performance estreme, capaci di mettere la propria vita sul piatto quando il destino lo richiede.

Best Movie: Cosa rende Southpaw – L’ultima sfida diverso dagli altri classici sulla boxe, come Rocky o Toro Scatenato?
Jake Gyllenhaal: «I film sulla boxe che ho visto hanno sempre affrontato la stessa paranoia: anche in Rocky, che può contare su una fantastica caratterizzazione del personaggio, si punta sulla brutalità del combattimento. Invece in Southpaw – L’ultima sfida c’è una rappresentazione dell’“istinto” del protagonista e di una vulnerabilità interiore con cui deve fare i conti. Penso che molti lottatori professionisti, quando combattono ad alti livelli, diventino in un certo senso ipersensibili, perché devono rapportarsi con il proprio avversario non solo fisicamente ma anche emotivamente».
BM: Sembri un tipo pacifico, da dove arriva tutta la violenza che hai messo in mostra sullo schermo?

JG: «Posso essere entrambe le cose. Sento di avere istinti violenti, ma di poter mantenere anche una grande calma, e ho la capacità di amare, senz’altro. Quindi sono una via di mezzo. La ragione per la quale ho accettato questo ruolo è che Southpaw è sostanzialmente la storia di un ragazzo pieno di rabbia, cresciuto da orfano, e combattere contro ciò che è e contro il posto da cui viene gli ha dato la motivazione per raggiungere i suoi obiettivi. Però alla fine sarà quella stessa rabbia a portarlo a distruggere ciò che ha costruito, in primis la sua famiglia. Quindi dovrà imparare a salire sul ring senza contare sulla sua frustrazione: questa è la vera evoluzione del personaggio».
BM: Ti sei ispirato a veri campioni di boxe?
JG:
«Assolutamente. Antoine Fuqua, il regista, ha voluto che andassi al maggior numero di incontri possibile per sette mesi mentre eravamo in pre-produzione. Ho visto Floyd Mayweather contro Manny Pacquiao, poi Sergio Martinez contro Miguel Cotto, che hanno combattuto al Madison Square Garden circa tre settimane prima che iniziassimo a girare. Poi, se parliamo dei più grandi incontri di tutti i tempi… Beh, sono cresciuto negli anni ’90, quindi anche se non ero un avido spettatore di boxe, posso confermare che uno come Mike Tyson ha plasmato la mia adolescenza, e parlo della sua personalità, il modo in cui si guardava attorno e tutte le follie che gli sono capitate».
BM: Come ti sei preparato mentalmente?

JG: «Antoine mi ha avvisato subito: “C’è solo una parola per spiegarti come fare, ed è sacrificio”. Mi ha messo sul ring e ho iniziato ad allenarmi con dei coach professionisti e poi con pugili. Arrivi ad un punto in cui smetti di pensare che lo stai facendo per un film e inizi a ripeterti: “Ok ora ho imparato a farlo per davvero”. E questo psicologicamente ti forma. Essere circondato da queste persone dà più confidenza e più forza al tuo personaggio, oltre che una maggiore umiltà, visto che venivo costantemente avvilito ogni singolo giorno alla fine dell’allenamento».
BM: E per quanto riguarda il fisico, che dieta hai dovuto seguire per trasformarti dal magrissimo Lou Bloom di Lo sciacallo – Nightcrawler all’imponente protagonista di Southpaw – L’ultima sfida?

JG: «In realtà non ho seguito nessuna dieta particolare. A un certo punto ho deciso che, siccome Billy era un campione dei pesi massimi, il suo peso doveva essere all’incirca 175 libbre (80 kg, ndr), ma siccome io li superavo sono dovuto dimagrire. Mi sono allenato proprio come se dovessi prepararmi per un combattimento e sono arrivato a quel peso. Correvo 8 miglia al giorno e mi esercitavo per 6 ore; e quello che mettevo nel mio corpo come benzina non era proprio cibo spazzatura ma è quello che che più o meno servono da Chipotle (una catena di ristoranti americani che propone cibo messicano, ndr)».

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