Nel mondo dei libri e del cinema esistono delle leggende che, quando si incontrano (ovvero film leggenda che sono trasposizioni di romanzi leggenda), danno vita a leggende al quadrato. Questo è senza dubbio il caso di Dune, tra i film più attesi di Venezia 78. Regia di Denis Velleneuve – che con la fantascienza si è già misurato con Arrival e Blade Runner 2049 – e un cast stellare capeggiato da Timothée Chalamet.

Dune è il romanzo cult del 1965 di Frank Herbert che ha rivoluzionato i canoni del genere. Fino a quel momento sci-fi significava Isaac Asimov, quindi, parlando per sommissimi capi, robot e intelligenze artificiali. Herbert, invece, un uomo che era nato in una famiglia poverissima e che sbarcava il lunario facendo il giornalista e scrivendo racconti di fantascienza, con il suo primo romanzo diede origine a quella che verrà definita fantascienza ecologica, mettendo per primo la coscienza dei lettori di fronte alle terribili conseguenze del consumismo imposto dal sistema capitalistico. In fondo la storia è quella di un uomo che cerca di salvare la terra in cui vive.

Quando uscì, piacque molto alla critica, meno al pubblico, ma dopo la vittoria del Premio Nebula, il più importante riconoscimento per la letteratura fantascientifica, esplose, diventando prima un best seller, poi un punto di riferimento imprescindibile. Ma come mai? Cosa rende un classico un classico? La sua sapienza letteraria: Dune è un condensato di canoni. È un romanzo di formazione, è il viaggio dell’eroe, è la lotta del bene contro il male. C’è il melodramma, gli aiutanti, la magia, i complotti machiavellici per la conquista del potere. Ma anche di più. Herbert ha creato un universo in cui credere, che è fantascientifico sì, ma è tanto fittizio quanto reale. «Senza Dune non ci sarebbe stato Star Wars» ha detto e stradetto George Lucas. Perché Dune, in fin dei conti, è la storia di un ragazzo che scopre, grazie a delle streghe potenti e intelligenti, di essere un predestinato, ma che per compiere il suo destino deve trovare la forza dentro di sé (lo so avete già sentito questa storia). C’è un elemento che in SW appare, ma in Dune è ancora più enfatizzato: la paura. “Non devo avere paura. La paura uccide la mente (…). Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi. E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò il percorso”.

La lotta contro la paura e la scoperta della paura stessa, che viene poi superata, sono il motore narrativo. La spinta che porta il giovane Paul Atreides a superare se stesso. E non stupisce che la trasposizione di questo romanzo sia stato il sogno mai realizzato di un regista visionario come Alejandro Jodorowsky (che avrebbe voluto nel cast Orson Welles e Salvador Dalì e la musica dei Pink Floyd). Non stupisce nemmeno che sia stato il tallone d’Achille di David Lynch, che nel 1984 decise di togliere la sua firma da un film dal budget stellare, snobbato da critica e pubblico che oggi, a modo suo, è comunque diventato un cult e dunque un’altra leggenda. Non stupisce che arrivi proprio oggi, in un mondo da rifare, in cui ci siamo – forse – resi conto che il pianeta in cui viviamo è l’unico che abbiamo e che va tutelato e salvaguardato. In un mondo in cui è tornata la paura, che va conosciuta per essere affrontata.

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