Dopo il trionfo dei primi due capitoli, la saga di Dune si prepara a tornare con un terzo episodio che potrebbe segnare un cambio di rotta importante. Denis Villeneuve, che inizialmente aveva dichiarato di volersi prendere una pausa dopo Dune: Parte Due, ha invece deciso di tornare subito sul pianeta Arrakis per dirigere Dune: Parte Tre, adattamento del romanzo Messia di Dune di Frank Herbert. L’uscita è fissata al 18 dicembre 2026, ma già ora il film si annuncia come uno dei più attesi del decennio.
Se i primi due episodi hanno conquistato pubblico e critica — con Dune: Part Two capace di incassare cifre record e ottenere sette nomination agli Oscar, incluso il miglior film — il terzo porta con sé aspettative altissime. Villeneuve dovrà non solo replicare il successo, ma anche dare una degna conclusione alla parabola di Paul Atreides, un personaggio complesso, che nel romanzo affronta la fase più oscura della sua ascesa a figura messianica.
La svolta principale riguarda la fotografia. Dopo l’uscita di scena di Greig Fraser, che aveva firmato le immagini dei primi due film e che ora è impegnato nei progetti di Sam Mendes sui Beatles, il regista ha chiamato Linus Sandgren, premio Oscar per La La Land e autore di lavori visivamente imponenti come First Man, Babylon e No Time to Die. La sua presenza porta con sé una scelta cruciale: Dune 3 sarà girato in pellicola e non più in digitale.
Una decisione che non è soltanto estetica, ma profondamente tematica. Messia di Dune racconta infatti la disillusione di Paul, diventato ormai l’oggetto di un culto che lui stesso fatica a controllare, e il prezzo devastante del suo potere. L’uso della pellicola, con la sua grana e la sua capacità di evocare un senso epico, richiama direttamente il modello che Villeneuve ha spesso citato come fonte di ispirazione: Lawrence d’Arabia di David Lean. Girato in 70mm, il film del 1962 raccontava la disillusione di T.E. Lawrence davanti agli orrori della guerra, un percorso che ricalca quello di Paul Atreides.
La scelta di girare su celluloide si inserisce inoltre in un trend che sta tornando a imporsi a Hollywood. Negli ultimi anni pellicole come Oppenheimer, The Brutalist o I peccatori hanno enfatizzato l’esperienza del girato in analogico come valore aggiunto per il pubblico in sala, riportando centralità al formato cinematografico in un’epoca dominata dal digitale. Dune 3 potrebbe dunque diventare non solo un nuovo tassello della saga, ma anche un vero e proprio evento cinematografico.
L’arrivo di Sandgren, con la sua capacità di coniugare intimità e spettacolarità, promette di dare al film un’identità visiva autonoma, senza tradire la base costruita da Fraser. Lo dimostrano le sue opere precedenti: dalle coreografie luminose di La La Land alle sequenze lunari in IMAX di First Man, Sandgren ha saputo tradurre i temi dei film in un linguaggio visivo coerente e potente. Applicato a Messia di Dune, il suo talento potrebbe esaltare la dimensione più interiore e tormentata del protagonista, incorniciandola però in scenari grandiosi.
Con ogni probabilità, Dune 3 rappresenterà anche l’ultimo viaggio di Denis Villeneuve su Arrakis. Il regista canadese è già stato confermato per il prossimo film della saga di James Bond, e ha più volte indicato Messia di Dune come il punto naturale di chiusura della trilogia. Per questo il terzo capitolo si configura come una sorta di addio personale, un progetto che il cineasta sognava fin dall’infanzia e che ora si appresta a concludere con un’opera diversa dalle precedenti, capace di sorprendere i fan e, molto probabilmente, anche di dividere.
Fonte: MovieWeb
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