Duri a morire
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Duri a morire

Abbiamo incontrato Stallone, Schwarzy, Willis e Pacino. Generazione di miti intramontabili che piacciono ai nostalgici, ma conquistano anche i giovanissimi in cerca di role model tosti

Duri a morire

Abbiamo incontrato Stallone, Schwarzy, Willis e Pacino. Generazione di miti intramontabili che piacciono ai nostalgici, ma conquistano anche i giovanissimi in cerca di role model tosti

«Old habits die hard», ovvero «Le vecchie abitudini sono dure a morire» canta Jon Bon Jovi sui titoli di coda di Stand Up Guys, gangster drama tutto recitato sul filo della nostalgia da Al Pacino e Chris Walken, un tempo cani da rapina e ora, dopo ventotto anni di prigione, più simili a due nonni che lasciano la mancia sottobanco alle nipoti. Eppure quand’è il momento di riprendere in mano i ferri del mestiere, in un attimo sono di nuovo Scarface e King of New York, un lampo di follia negli occhi e poi sangue sulle mani. I ragazzi sono ancora in giro, insomma, e non c’è verso di farne a meno: figli della New Hollywood degli anni ’70, ma volti da copertina del ventennio successivo, incarnano una generazione di stelle dalla pelle dura e dai volti segnati, lontanissima dalle bellezze efebiche che gli sono seguite (da Brad Pitt a DiCaprio) e che oggi, in epoca di baby star, sono la norma. Una generazione che – da Stallone a Willis, passando per Schwarzy, De Niro e i citati Walken e Pacino – non solo non rinuncia e non dirada il proprio spazio nell’immaginario collettivo, ma addirittura rilancia, restando aggrappata agli stessi ruoli e aumentando via via (come antidoto al ridicolo) la dose di autoironia. Dagli ex-soldati de I Mercenari alle ex-spie di Red, fino agli ex-gangster di Stand Up Guys e agli ex-pugili dell’imminente Grudge Match (che rimetterà sul ring, alle soglie dei 70 anni, Stallone e De Niro, ovvero Rocky e Toro scatenato), il cinema dei pensionati bad-ass è gia diventato un genere, con tanto di sequel (Red 2) o vere e proprie saghe (siamo in attesa de I Mercenari 3). A proposito delle quali anche Arma letale potrebbe resuscitare grazie all’esperienza positiva al botteghino di Viaggio in Paradiso featuring Mel Gibson.

È un segno, anche politico, dei tempi. E così se da una parte Spielberg e Abrams cercano di fissare dei passaggi di consegne in Indiana Jones 4 e nel reboot di Star Trek, dall’altra gli eroi conservatori – quelli dell’occhio per occhio, dente per dente – difendono il proprio spazio, al massimo affiancandosi dei gregari (Jason Statham o The Rock, mai diventati divi di serie A), e pretendono di tenere le redini della transizione generazionale fino all’ultimo istante possibile. Basti pensare a Bruce Willis, che al quinto Die Hard va fino in Russia per far da balia al figlio, agente governativo finito nei guai. Basti soprattutto sentire quel che dice Stallone nell’intervista che vi proponiamo nelle prossime pagine, quando se la prende con Prometheus o il remake di Total RecallColin Farrell non è Arnie!») e poi annuncia che nei  Mercenari 3 «c’è bisogno di sangue nuovo, di nuovi “noi”». Solo che, aggiunge, «come noi non ce ne sono più, e quindi i nuovi Mercenari saranno diversi, probabilmente dei nerd, maghi della tecnologia». Insomma, la solita storia, proprio quella che ha permesso a Skyfall di diventare il Bond più visto di sempre, grazie a uno 007 stanco e incerottato che di fronte a un quadro che mostra una vecchia nave trascinata in porto, bisticcia sornione con un Q giovane, arrogante e gracile come un filo d’erba. Una superspia in accappatoio che usa il cervello, disdegna i pugni e naturalmente, di fronte al mega-piano del villain di turno, finisce nel sacco mentre James salva ancora la patria. Quanto durerà tutto questo? A vedere Jimmy Bobo – Bullet to the Head e il fisico di Sly, o il corpo a corpo con cui Schwarzy conclude The Last Stand, per un attimo capita di pensare che durerà per sempre. Anche perché, parafrasando una vecchia canzone, nella fantasia gli eroi son sempre giovani e belli.

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