Oh mamma mia: allora era possibile…
Fare un film di supereroi in Italia. Che rispetta tutte le regole del genere, ma non è un furto di idee altrui. Che ha le nostre facce, la nostra musica, i nostri luoghi, eppure è appropriato.
Eppure è un film di supereroi.

Dunque. Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un ladruncolo che vive di espedienti. Un pomeriggio, mentre scappa dalla polizia, finisce a mollo nel Tevere, e ingurgita una melma marrone fuoriuscita da un barile. Quella melma prima rischia di ucciderlo, poi lo trasforma. Enzo Ceccotti diventa “Jeeg”, cioè un energumeno dalla forza sovrumana, innamorato di una squinternata fanatica del cartone (Ilenia Pastorelli) che lo chiama Hiroshi Shiba (anzi, “Hirò”, in romanesco).

Questa è la genesi, e occupa un terzo del film, ma ci sono anche il secondo e il terzo atto: lo scontro con una gang malavitosa capeggiata dallo “Zingaro” (Luca Marinelli, impressionante), spacciatore e aspirante cantante, l’arrivo di un supercattivo, lo scontro finale. E poi l’amore, la presa di coscienza, la consacrazione dell’eroe: un’epica in tre passi che riconosci appena la vedi.

Ecco, se Lo chiamavano Jeeg Robot dimostra una cosa, dimostra questo: che il film di supereroi è un genere come un altro, ti offre una griglia, puoi riempirla come vuoi – con la tua musica, le tue facce, la tua lingua e i tuoi luoghi, costruendo una mitologia più efficace, perché radicata dentro un immaginario che non hai preso in prestito, ci sei cresciuto.
Senza contare che Gabriele Mainetti, il regista, declina questo tipo di racconto dandogli sfumature adulte, pulp, che sono lontane dall’uso che gli americani ne fanno di solito.

Casting perfetto, con menzione obbligatoria per Marinelli, che crea un villain da fumetto indimenticabile: la scena in cui canta Un’emozione da poco di Anna Oxa è da pelle d’oca.

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