C’è un film italiano che, uscito a inizio giugno 2025, sta rapidamente conquistando l’attenzione degli appassionati di cinema più viscerale e disturbante. Si chiama Mani Nude, è diretto da Mauro Mancini, ed è stato definito da più di uno spettatore “il Fight Club italiano”. Un paragone impegnativo, che richiama immediatamente l’immaginario del cult di David Fincher con Brad Pitt ed Edward Norton: corpi maschili esposti alla brutalità, repressione emotiva, strutture clandestine, la violenza come linguaggio. Ma fino a che punto regge questo parallelismo?
La trama di Mani Nude non si limita a evocare suggestioni da film di culto: le ingloba, le sporca e le rilegge con un taglio personale. Protagonista è Davide (Francesco Gheghi), un giovane di buona famiglia che una notte viene rapito e rinchiuso nel vano buio di un camion. Si risveglia prigioniero di un’organizzazione segreta che lo obbliga a combattere in incontri clandestini a mani nude, con una sola regola: sopravvive solo uno. In questo universo disumanizzante, Davide è costretto a perdere ogni traccia della sua identità originaria. A guidarlo nella trasformazione è Minuto (Alessandro Gassman), figura ambigua di carceriere e allenatore, uomo segnato da un passato oscuro. Tra i due nasce un legame che diventa l’unica possibile ancora di salvezza, o almeno di sopravvivenza emotiva.
Il film si muove su coordinate feroci: è cupo, brutale, e visivamente crudo. Non sorprende che su piattaforme come Letterboxd siano cominciati a comparire paragoni espliciti. «Se siete impressionabili alla vista del sangue, questo film non fa per voi. […] ricorda un po’ Fight Club» scrive un utente, sottolineando il livello di violenza visiva. Anche un altro nota: «Un film che esplora con lucidità e dolore la ciclicità della violenza: quella che si subisce, quella che si infligge e quella che si eredita quasi senza rendersene conto». Più che un semplice action, insomma, Mani Nude è un’indagine sull’erosione dell’identità in ambienti estremi.
Il confronto con Fight Club non è solo estetico, ma concettuale: entrambi i film interrogano la mascolinità contemporanea e il trauma attraverso la violenza. Ma se il film di Fincher elaborava una critica satirica al consumismo, all’alienazione capitalista e al maschilismo tossico di fine anni ’90, Mani Nude rifiuta la cornice ideologica per concentrarsi su un percorso intimo e tragico. Qui non ci sono doppie identità o sovversione del sistema, ma una lotta per sopravvivere dentro un meccanismo già collassato.
Certo, il film non è esente da critiche: «Tanti alti e bassi con la grave colpa di non aver caratterizzato al meglio i personaggi», scrive uno spettatore, evidenziando alcune fragilità narrative. Ma nonostante questo, Mani Nude (uscito in sala con Medusa Film) riesce a imprimere il suo marchio, offrendo una visione disturbante e allo stesso tempo profondamente umana. E il fatto che qualcuno oggi parli di Fight Club guardando un film italiano, è già una notizia.
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