Rivisitare certi film dopo essere cresciuti può rivelarsi un’esperienza sorprendente: inaspettatamente profondi, oggi appaiono più oscuri, complessi e disturbanti rispetto alla prima volta. È il caso di Donnie Darko, opera d’esordio di Richard Kelly uscita negli Stati Uniti a ottobre 2001 (pessimo tempismo, per un film che inizia con un disastro aereo…), che a 24 anni di distanza continua a colpire per la sua combinazione unica di teen drama, thriller psicologico e fantascienza inquietante.
La storia ruota intorno a Donnie (un giovane ma intensissimo Jake Gyllenhaal), adolescente complessato che la notte del 2 ottobre 1988 sopravvive miracolosamente alla caduta di un motore d’aereo nella sua camera. Poco dopo, incontra Frank, un coniglio umanoide figlio di eventi legati a un ipotetico viaggio nel tempo: Frank gli rivela che il mondo finirà dopo 28 giorni. Seguiranno visioni distorte, atti inspiegabili come l’incendio di una palestra pedopornografica, fino al sacrificio finale di Donnie, che sceglie di tornare indietro per chiudere il paradosso e proteggere le persone a lui care — con un epilogo carico di malinconia crepuscolare.
Dietro la cupa atmosfera anni Ottanta, Donnie Darko è un ardito mix di adolescenti tormentati, riflessioni sul bigottismo (con Jim Cunningham, simbolo dell’ipocrisia morale), filosofia e teoria dei viaggi nel tempo (inclusa la misteriosa “Philosophy of Time Travel”). Un enigma senza risposte nette, accompagnato da immagini disturbanti (il coniglio Frank e le proiezioni liquefatte) e scelte visive sperimentali. Il montaggio finale con Mad World di Tears for Fears è diventato il marchio indelebile del film.
È proprio questo mistero irrisolto a renderlo un cult che continua a spiazzare. Su Letterboxd, un utente lo definisce «la guida spirituale che non sapevi di volere», elencando un triplice percorso di visione: inizialmente senza capire nulla, poi con orgoglio intellettuale, fino all’abbandono totale quando «Frank diventa il tuo migliore amico» . Molti confermano che la visione è un’esperienza cerebrale e sensoriale, di quelle che «ti lasciano a grattarti la testa» e che «È più disturbante ora che l’ho rivisto da adulto».
Anche su Reddit si celebra la sua natura ambigua e affascinante. Un fan aiuta a spiegare che la Director’s Cut, pur offrendo maggiore chiarezza con la filosofia dei viaggi nel tempo, «toglie parte del fascino originale» lasciato intenzionalmente nel finale mistico . Altri sottolineano come la recitazione di Gyllenhaal, l’atmosfera, la colonna sonora e le teorie narrative non convenzionali rendano il film «un tesoro indie» che «ti prende e non ti lascia più».
Se la prima visione da teen poteva sembrare un’avventura strana con vestiti vintage, guardarlo di nuovo da adulto rivela uno strato nascosto di malinconia, tensione filosofica, critica sociale e orrore sottile che rende ancor più indimenticabile questo cult assoluto. È per questo che, oggi più che vent’anni fa, Donnie Darko continua a farci scervellare: ci invita a rivedere noi stessi nello specchio deformato di un adolescente inquieto, impegnato in una missione impossibile tra il tempo, la morte e l’amore. E poco male se il sequel (S. Darko del 2009) non è stato all’altezza: basta tornare a rivedere l’originale e perdersi di nuovo nei suoi worm hole…
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