Si è fatto un gran parlare, negli ultimi anni, del ritorno dei Grandi Temi nella fantascienza: parlare del futuro per discutere del presente, mischiare avventura e azione con riflessioni a sfondo politico; usare il genere, insomma, come scusa per lanciare messaggi. Solo quest’anno abbiamo avuto Elysium, sci-fi politica per la #occupy generation, Oblivion, che faceva incontrare gli spunti filosofici di Wall•E e di Moon, e volendo possiamo considerare anche Gravity e, con un po’ di generosità, persino World War Z, storia di un virus letale e di come la Terra reagisce alla pandemia.

A conti fatti, però, ci siamo ritrovati con in mano molto meno di quello che ci era stato promesso: Elysium ha l’approfondimento politico di un tema di quinta liceo, Oblivion si perde tra citazioni e scopiazzature, World War Z è finito annegato nelle sue stesse ambizioni. Ringraziamo Cuarón per Gravity, quindi, ma soprattutto, e questa è una bella sorpresa, ringraziamo Gavin Hood per il suo Ender’s Game, che nonostante un marketing ingannevole – «Star Wars incontra Harry Potter» – e alcuni presupposti non esaltanti (l’ultimo film di Hood è il pessimo X-Men: Le origini – Wolverine) riesce nell’impresa di essere, tra i grandi kolossal sci-fi usciti quest’anno, quello che più di tutti propone riflessioni provocatorie e interessanti, persino a scapito dell’azione e dello spettacolo. Considerando che parliamo di un presunto film per ragazzi, dal quale con qualche pregiudizio ci aspettavamo grande spettacolo e poca sostanza, il risultato finale è da promuovere con decisione, pur con qualche caveat.

Il primo e più importante riguarda la fonte letteraria cui il film è ispirato: il romanzo di Orson Scott Card, datato 1985 e diventato in breve un classico della letteratura americana, è un’opera densa e verbosa, che si prende il suo tempo per costruire il mondo di Ender e punta più su dialoghi e monologhi interiori che su azione e spettacolo. Hood lo sa, ma miracoli non ne può fare: il suo adattamento, pur se ben scritto e con tutti i fondamentali al suo posto, è a tratti frettoloso e troppo compresso, con il rischio di perdere per strada chi il romanzo non lo conosce. E chi il romanzo non lo conosce potrebbe rimanere spiazzato di fronte a Ender’s Game, storia di un ragazzo (Ender, appunto, interpretato da un eccezionale Asa Butterfield) dal talento bellico sconfinato, che viene strappato alla famiglia e chiuso in una scuola di formazione per ufficiali della flotta spaziale terrestre, ormai da cinquant’anni mobilitata giorno e notte per far fronte a una (potenziale) seconda invasione di una razza aliena chiamata Formic. Il motivo per cui serve un undicenne per fare la guerra non è mai davvero spiegato, piuttosto accennato, e rimane il punto di domanda più grande per chi non ha letto il libro di Card.

Ender’s Game si sviluppa così quasi interamente tra i corridoi della scuola di addestramento dove Ender impara a diventare un comandante. Intorno a lui gira il resto del cast: amici (tra cui la Petra interpretata da Hailee Steinfeld), insegnanti (spicca per carisma Harrison Ford), persino la sorella Valentine (Abigail Breslin), presenza costante nei ricordi di Ender e motore di ogni sua decisione. E intorno a Ender gira anche l’azione vera e propria: prima sotto forma di combattimenti organizzati dalla scuola e che assomigliano a una versione della pallamano a gravità zero, poi, man mano che Ender affina le sue capacità di comando, simulazioni sempre più complesse di quella che sarà la battaglia finale con i Formic. Traduzione, le “guerre stellari” pubblicizzate in lungo e in largo non hanno alcun peso effettivo nell’economia della storia, sono schermaglie a sfondo sportivo utili solo a far crescere Ender e a metterlo di fronte a una sfilza di dilemmi morali: la guerra contro un potenziale aggressore che non ha alcuna intenzione di aggredire è ancora giustificata? Cosa significa davvero “comandare”, dare ordini dalla cima di un piedistallo o scendere al livello di chi gli ordini li riceve? Un talento innato ed eccezionale è motivo sufficiente per strappare un innocente alla sua vita quotidiana e addossargli responsabilità troppo grandi per la sua età? Quanto la dimensione ludica contribuisce alla formazione di una persona?

Hood dirige questo bizzarro ibrido tra film per ragazzi e mattone filosofico con una sicurezza e una fantasia che, dobbiamo ammetterlo, non gli riconoscevamo. Certo, il PG13 lo costringe a “educare” la violenza e a trasformarla in coreografia, anche nei momenti più crudi (come quando [SPOILER] Ender reagisce male alla provocazione di un coetaneo bullo e lo spedisce all’altro mondo), il che, unito a un’estetica scintillante e molto moderna, stempera in parte l’impatto dei temi trattati; né la sua scrittura è esente da difetti, non solo per la già citata “condensazione” di alcuni passaggi ma anche per qualche dialogo all’altezza. Ma il regista di Rendition dimostra non solo di conoscere l’opera a cui si ispira, ma anche di averla compresa davvero, e di aver reso digeribile e avvincente un romanzo che da trent’anni lotta senza successo per trovare il suo posto anche al cinema. Il complimento migliore che gli si possa fare, forse, è questo: più che ricordare Harry Potter o un kolossal fantascientifico a caso, Ender’s Game è una versione per ragazzi di Starhsip Troopers. Speriamo solo che il botteghino sia più generoso di quanto lo sia stato nel 1997 con Paul Verhoeven: potrebbe essere un ottimo punto di partenza per una vera rinascita del genere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA