Sarebbe bello che il cinema fosse tutta una questione di passione e sperimentazioni linguistiche. La realtà è che tutto quello che vediamo è girato per far soldi e ha un pubblico di riferimento.
Domanda (in buona fede): chi è il pubblico di Escape Plan? La questione è meno ovvia di quel che sembra: non stiamo parlando di un film d’azione moderno e ad alto budget come Fast & Furious, e non stiamo parlando nemmeno di vero cinema d’autore, ma di una forma particolare di cinema pop, fortemente targetizzata. Chi seguiva il cinema action tra gli anni ’80 e i ’90, oggi gira intorno ai 40 compleanni – un po’ di meno, un po’ di più. Il problema delle “stallonate” – dai Mercenari in poi – è che invece sono pensate come se avessimo ancora tutti 15 anni e la società fosse ferma alle VHS e al cioccolato Galak. Per capirci: Escape Plan non sta a Sorvegliato speciale come Super 8 sta ai Goonies, perché dietro non c’è una professionalità né un pensiero sufficienti a trasformarlo in qualcos’altro, mantenendone intatta l’origine. Quello che resta è l’omaggio, o la parodia, e – temiamo – un omaggio il cui pubblico si va assottigliando. I mercenari era costato 80 milioni e, negli Usa, ne aveva incassati 100. I Mercenari 2 era costato 100 e aveva incassato 85 (andando però bene worldwide). Bullet to the Head non è arrivato a 10 milioni, The Last Stand si è fermato a 12. È quindi un cinema che oggi non funziona, o funziona in modo incerto.

Parliamo del film. Ray Breslin (Sylvester Stallone) è un professionista delle evasioni. Letteralmente. Di mestiere evade dalle carceri più sicure del pianeta per metterne in evidenza i punti deboli. Ha scritto un manuale su come costruire la prigione perfetta e il problema è che ora si trova rinchiuso proprio in quella prigione, un ambiente interamente progettato sulla base delle sue stesse regole per isolare dal resto del mondo i terroristi più pericolosi del pianeta. Come venirne fuori? Con l’aiuto del misterioso Rottmayer (Arnold Schwarzenegger), un galeotto particolarmente amichevole, deciso quanto lui ad evadere.
Il vero protagonista del film è Stallone, mentre Schwarzy è la spalla, e questo determina l’approccio, che vorrebbe essere sornione, ma a suo modo sofisticato. Il soggetto è interessante: parte da uno spunto originale, e ha almeno due colpi di scena che funzionano. A non essere all’altezza sono la confezione e il tono. La prima, oggi, sarebbe più adeguata a un serial televisivo. Il secondo oscilla tra thriller, dramma e mascherata con effetti bizzarri. Il problema è di scrittura e di regia: toccare le corde della malinconia, quelle della comicità eighties e tenere al contempo assieme l’intrigo spionistico non è mica semplice, e questo Miles Chapman – che a curriculum non aveva ancora praticamente nulla – non è stato all’altezza della situazione.

Tutto appare inoltre un po’ approssimativo, come se la coppia dei protagonisti fosse sufficiente a cavarsi da qualsiasi impaccio, un carico di carisma che copre le magagne, come un tappeto con la polvere. I personaggi, ad esempio, si comportano in modo incongruo, contraddicendosi continuamente. Alcuni – ed è anche peggio – non hanno nessuna funzione nel far progredire la storia, ma vengono presentati come se l’avessero (l’esperto informatico che lavora per Breslin). Infine, il livello di sottigliezza è tale per cui se qualcuno deve apparire arguto, gli si appoggiano dei rompicapo di legno sulla scrivania. E se un dottore deve mostrarsi in crisi (povero Sam Neill), lo si fa mugolare con il whisky in mano mentre legge il giuramento di Ippocrate su un volume intitolato “Etica medica”. Non c’è niente di male, se non che il cinema è andato aventi, perché è andato avanti il mondo. Chi era un teenager trent’anni fa non lo è più, e chi è un teenager oggi – tra cinema, TV e videogames – è abituato a ben altro.

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