«Era quello che il pubblico voleva»: Sam Levinson rompe il silenzio sulla morte shock di Euphoria 3
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«Era quello che il pubblico voleva»: Sam Levinson rompe il silenzio sulla morte shock di Euphoria 3

Il creatore della serie HBO ha commentato una delle svolte più brutali della terza stagione, spiegando il rapporto tra giustizia, karma e complicità degli spettatori

«Era quello che il pubblico voleva»: Sam Levinson rompe il silenzio sulla morte shock di Euphoria 3

Il creatore della serie HBO ha commentato una delle svolte più brutali della terza stagione, spiegando il rapporto tra giustizia, karma e complicità degli spettatori

poster di euphoria 3

L’ultimo episodio di Euphoria ha lasciato il pubblico sotto shock, portando la terza stagione verso una delle svolte più cupe e disturbanti dell’intera serie. Al centro della puntata c’è la morte di Nate Jacobs, interpretato da Jacob Elordi, uno dei personaggi più controversi dello show HBO e, fin dall’inizio, simbolo di violenza, controllo e manipolazione. Una fine brutale, pensata per colpire non solo sul piano narrativo, ma anche su quello morale: Sam Levinson ha infatti spiegato di aver voluto mettere gli spettatori davanti al loro stesso desiderio di giustizia.

Nel corso delle prime due stagioni, Nate si era imposto come una presenza minacciosa e profondamente tossica, capace di distruggere le persone intorno a lui e di esercitare un controllo feroce sulle proprie relazioni. La terza stagione, però, aveva provato a complicare ulteriormente il suo ritratto, mostrando qualche crepa nella sua corazza e alcuni momenti di apparente umanità. Un’ambiguità non casuale, secondo Levinson, ma pensata proprio per rendere più scomoda la reazione del pubblico davanti al suo destino.

Nell’episodio 7, Nate paga infatti in modo estremo le conseguenze delle proprie azioni e dei debiti contratti con le persone sbagliate. Dopo essere stato già brutalmente aggredito e mutilato, il personaggio viene sepolto vivo con un piccolo condotto d’aria, lasciato come unica possibilità di sopravvivenza mentre i rapitori attendono il pagamento del riscatto. Quella stessa apertura, però, si trasforma nella sua condanna: un serpente a sonagli riesce a raggiungerlo, lo morde e provoca la sua morte.

A rendere la scena ancora più sconvolgente è il ritrovamento del corpo da parte di Cassie Howard e Maddie, interpretate rispettivamente da Sydney Sweeney e Alexa Demie. Due figure centrali nella storia di Nate, entrambe segnate in modi diversi dalla sua violenza emotiva e psicologica, si ritrovano così davanti alle conseguenze più estreme della sua caduta. La sequenza trasforma la vendetta, o la presunta giustizia karmica, in qualcosa di profondamente inquietante, lontano da qualsiasi liberazione catartica.

In un’intervista a Esquire, Sam Levinson ha raccontato di aver costruito la morte di Nate proprio intorno a questa tensione. «So cosa vuole il pubblico in termini di giustizia o karma», ha spiegato il creatore della serie, aggiungendo di essersi chiesto come dare agli spettatori ciò che desideravano, ma in una forma talmente orribile e ansiogena da farli dubitare di averlo voluto davvero. L’idea, ha proseguito, era quella di giocare con una sorta di complicità dello spettatore: «Volevate che avesse ciò che meritava? Bene». Ma una volta arrivati a quel punto, la domanda cambia: Nate meritava davvero una fine del genere?

Per Levinson, proprio questo cortocircuito morale è uno degli aspetti più interessanti della scena. La morte di Nate non è pensata come una semplice punizione né come un momento di soddisfazione per il pubblico. Al contrario, diventa un modo per interrogare lo spettatore sul confine tra giustizia e crudeltà, tra desiderio di resa dei conti e disagio davanti alla violenza. Dopo aver odiato Nate per anni, il pubblico si trova così costretto a chiedersi se la sua fine sia davvero “giusta” o se lo show abbia deliberatamente spinto troppo oltre il meccanismo del karma narrativo.

Il creatore ha anche raccontato un dettaglio inquietante legato alla lavorazione della scena. Durante le riprese con i serpenti a sonagli a Lancaster, gli addestratori avevano avvertito la troupe del pericolo reale: in caso di morso, una persona avrebbe avuto circa un’ora prima di morire, mentre l’ospedale più vicino si trovava a un’ora e mezza di distanza. Un’indicazione che ha contribuito a rendere ancora più tesa la lavorazione di una sequenza già concepita per trasmettere claustrofobia, paura e inevitabilità.

Secondo Levinson, il destino di Nate era comunque scritto da tempo. La sua natura violenta, rabbiosa e apparentemente irredimibile lo aveva reso uno dei personaggi più difficili da assolvere dell’universo di Euphoria. Tuttavia, la terza stagione ha scelto di non trasformarlo semplicemente in un mostro senza sfumature: proprio quei momenti di fragilità servivano a confondere il giudizio dello spettatore, rendendo la sua morte meno lineare e più disturbante.

Il salto temporale dall’adolescenza all’età adulta ha avuto un ruolo decisivo in questa direzione. Levinson ha spiegato che portare i personaggi fuori dal contesto del liceo ha significato togliere loro una sorta di “rete di sicurezza”. Se nelle prime stagioni molte azioni sembravano ancora inserite in un contesto adolescenziale, per quanto estremo e doloroso, la terza stagione mostra personaggi ormai adulti, costretti a confrontarsi con conseguenze molto più dure e definitive.

La morte di Nate Jacobs si inserisce quindi perfettamente nella traiettoria più cupa di Euphoria 3: non solo una svolta shock, ma una scelta narrativa pensata per destabilizzare il pubblico e mettere in discussione il rapporto tra spettatore, personaggio e punizione. In una serie che ha sempre lavorato sul disagio, sull’eccesso e sulla provocazione, la fine di Nate diventa una delle scene più emblematiche: disturbante proprio perché, almeno in parte, nasce dal desiderio del pubblico di vederlo finalmente pagare.

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